Blackbird, a tutt'oggi, è considerato il capolavoro del drammaturgo scozzese David Harrower con il quale nel 2007 egli ha vinto il premio Laurence Olivier, il più prestigioso del Regno Unito, per il miglior spettacolo dell'anno.
La scrittura di Harrower è secca, frammentata, incalzante, incisiva, straordinaria; in questo allestimento italiano dell'opera abbiamo potuto godere appieno di tali caratteristiche testuali anche grazie all'ottima operazione di traduzione condotta da una sapiente Alessandra Serra che è stata capace di calare espressioni colloquiali anglosassoni intrise di britannica asetticità in un contesto più caliente, quale quello italico, senza alterare minimamente la tensione costante che promana dallo scritto.
Ray, un uomo di mezza età riceve, nello scantinato del luogo ove lavora, la visita inaspettata di Una, la giovane donna con cui quindici anni prima, quando lei era solo dodicenne, ha avuto una relazione sessuale per la quale ha scontato già alcuni anni di carcere. Da qui inizia un incontro/scontro tra due persone fra le quali la comunicazione è quasi impossibile e la cui vita in qualche modo si è fermata a quell'episodio.
L'impatto della storia sul pubblico è fortissimo, le emozioni di entrambi vengono messe a nudo e svelano lati ambigui e complessità della psiche umana che non possono essere rigidamente incasellati e catalogati. Non ci sono risposte, nessuno alla fine può credere di aver capito completamente, di essere riuscito ad intuire il confine vero fra odio e amore, fra verità e menzogna, ma il pubblico resta rapito dalla discussione nata fra i due, volgendosi ora all'uno, ora all'altro, quasi come di fronte ad uno dei grandi conflitti proposti dalla tragedia greca.
Magistrali le recitazioni di Massimo Popolizio e Anna della Rosa che, per un'ora e venti minuti di spettacolo, tengono ritmi serrati, si emozionano e fanno emozionare, non da ultimo grazie anche alla splendida regia di Lluis Pasqual che, pur in modo non invasivo, calibra ogni gesto, ogni espressione, così da far acquisire agli attori fisicità e concretezza straordinarie.
Semplici, ma efficaci, le scene di Paco Azorin: lo scantinato di una fabbrica, scuro, spoglio, con qualche armadietto di ferro, pochi arredi e tanta immondizia, il tutto illuminato dalle luci fredde e spietate di Claudio de Pace.
Sala non piena come di consueto, triste segno di quanto purtroppo in Italia si fatichi ancora a trattare certe tematiche e ad apprezzare un tipo di teatro che non sia quello tradizionale: necessiterebbe una maggiore educazione del pubblico in tal senso. Va davvero dato merito a questo proposito al Ponchielli di Cremona che da tempo sta coraggiosamente attuando questa operazione, la quale continua anche quest'anno con la rassegna diversaMente, al cui interno anche Blackbird ovviamente risulta inserito.
Voto:
Avere la possibilità di vedere in scena autori contemporanei fa sempre bene.
Si ha il polso del sentire attuale e si può intuire dove sta andando la drammaturgia moderna, quali sensibilità stanno nascendo, che linguaggi il teatro sta sviluppando.
Spesso questi testi vengono sperimentati da realtà minori poiché il problema di queste opere è che restano sconosciute al grande pubblico.
Blackbird è stato scritto nel 2005 da David Harrower, autore scozzese classe '66 e il Piccolo Teatro di Milano si è preso la briga di produrlo, di ingaggiare due formidabili attori, Massimo Popolizio e Anna Della Rosa, e affidare la regia a Lluis Pasqual che in quanto a sguardo contemporaneo ne sa qualcosa.
Il risultato è uno spettacolo intenso, ricco di umanità, con un'eccellente ritmo.
I due protagonisti, un uomo sulla sessanina che rincontra la ragazza ventenne da lui abusata all'età di 12 anni, sono curati nei dettagli: hanno un corpo, una voce, una storia, un modo di pensare e di relazionarsi con l'altro. Un gran lavoro d'attore e di direzione d'attore. Non è così comune trovare in scena personaggi con questa profondità.
I colpi di scena sono creati con un linguaggio squisitamente teatrale, non voglio citare qui i punti ai quali mi riferisco per non togliere il gusto a chi ancora deve vedere questo spettacolo.
Lo spettatore crede alla storia, crede a quelle due persone sul palco e sparisce il teatro come edificio, ci sono momenti dove si trattiene il fiato insieme a tutti gli altri spettatori.
Non si può certo gridare allo scandalo per un testo simile, la realtà supera tutti i giorni la fantasia del più fervido autore.
La chiave di questo spettacolo forse è altrove: nell'angolo sconosciuto di ciascuno, li dove nascono le azioni più atroci spinte dai sentimenti più sinceri.
Voto: