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Genere:
drammatico
Autore:
Martin McDonagh
Regia:
Juan Diego Puerta Lopez
Compagnia/Produzione:
Nuovo Teatro/Gli Ipocriti
Cast:
Claudio Santamaria, Filippo Nigro, Nicole Murgia, Massimo De Santis
Sinossi
Due fratelli in eterno conflitto, la recente morte del padre, l'impossibilità di vivere senza dispute e aggressioni, un'atmosfera quotidiana fatta di litigi e piccole vendette. Uno dei fratelli pensa solo a marcare con la sua iniziale tutto quello che c'è in casa per sottolineare al fratello le sue proprietà, a cominciare dalla sua collezione di statuine religiose fino alla stufa a legna di cui ne controlla l'uso, l'altro pensa solo a scroccare cibo partecipando ai funerali solo per i buffet o meglio ancora facendo dispetto al fratello mangiando i suo pacchetti di patatine. Frequentatore assiduo della casa è il giovane prete locale, fragile, debole che beve come una spugna, spesso in compagnia dei due fratelli, di cui cerca invano di appianare la relazione. L'unica figura femminile è una ragazza, che fa il corriere del villaggio vendendo whisky a domicilio, tra ingenuità e malizia. IL prete riconoscendo il suo fallimento nel dare conforto ai parrocchiani, compie un gesto estremo.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone
Dove
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LE RECENSIONI
La recensione di Domenico Orsini
Il paesaggio dipinto con cinismo dal commediografo Martin McDonagh incornicia un paese che conta troppe morti anomale, una sorta di deserto dell’anima senza oasi all’orizzonte. Il destino è segnato per l’umanità che lo abita, sospesa nel miraggio lontano e irraggiungibile di frescura e acqua, ma bagnata da fiumi di whisky che ubriacano menti e linguaggio, sensi e sentimenti. Così uno sperduto paesino dell’Irlanda diviene simbolo di ogni luogo s-popolato da solitudini alla deriva.
In una casa desolata e desolante, nel loro inferno personale fatto di dispetti e soprusi, bugie, violenze e segreti inconfessabili, vivono due fratelli senza possibilità di salvezza fin dalla prima scena. Coleman, crudele e approfittatore, e Valen, dalla spiazzante ingenuità, sono selvaggi e aggressivi, sboccati e amorali, eternamente ubriachi come tutti in paese, anche quel padre Welsh che cerca invano di portarli sulla retta via, di riavvicinarli, e nel farlo svela la propria devastante solitudine. Unico personaggio femminile della vicenda è una giovane Ragazzina, anch’essa sboccata e cinica, che vende whisky di contrabbando e svela sensibilità e sentimenti solo nel finale grigio e senza speranza.
Si incontrano in scena due talenti, noti ai più per le interpretazioni sul grande e piccolo schermo, che su palco, banco di prova per un attorel, spazio intransigente che non ammette ‘menzogne’, confermano la propria efficacia interpretativa: Claudio Santamaria, straordinario e crudele Coleman, e uno eccezionale Filippo Nigro, bravissimo, ingenuo e ossessivo, infantile e immorale Valen. Ardua e complessa l’impresa di Nicole Murgia, al suo battesimo teatrale, e di Massimo De Santis, che affiancano i protagonisti, tratteggiando i personaggi del prete e della ragazza attraverso un percorso recitativo meritevole, ma senza guizzi e con qualche ‘neo interpretativo’.
Regia più ‘d’atmosfere’ che ‘d’attori’ quella del colombiano Juan Diego Porta Lopez, più efficace nel farci vivere il clima della vicenda, l’aria pesante e marcia del piccolo villaggio, ormai logoro e inzuppato nel suo pantano d’alcol, che non nel guidare il cast lungo il percorso scelto per la spettacolo, che tanto deve all’apporto di un mago della scenografia come Bruno Buonincontri.
La miessinscena riesce comunque a ripercorre e reinterpreta un’opera, tradotta da Luca Scarlini, che potremmo definire d’humour-noir, accentuarndone il surrealismo e facendo di “Occidente Solitario” uno spettacolo che sconcerta e che certamente non lascia indifferenti.
Voto:
La recensione di Laura Da Prato
Ha debuttato in Prima Nazionale al Teatro Manzoni di Pistoia l’ultimo spettacolo di Juan Diego Puerta Lopez; un’opera di teatro contemporaneo che muove i propri passi dalla cattolicissima Irlanda di Martin McDonagh autore, sceneggiatore e regista, il quale con la sua Trilogia di Leenane porta in teatro uno spaccato di vita reale e inquietantemente cinico.
Ed è il cinismo l’assoluto protagonista della pièce. Perché per i due fratelli Valene e Coleman che della crudeltà, l’infelicità e l’incomunicabilità fanno la propria bandiera e ragione/non ragione di vita il cinismo regna sovrano, così come l’amoralità; dopo aver subìto ( o forse causato?) la morte del padre non provano alcun sentimento che li possa far sembrare umani, eppure nel loro rapporto interpersonale mantengono un atteggiamento infantile e immaturo tipico dei bambini, bisticciando per questioni irrisorie come la proprietà degli oggetti e dei soprammobili casalinghi o di un pacchetto di patatine che Valene ha comprato, ovviamente per sé stesso con chissà quale denaro. E’ una storia, la loro, che potremmo ritrovare in qualsiasi paese o città italiana, non lontana dalla nostra odierna cronaca nera. Peculiare è anche il personaggio di padre Welsh, un prete ubriacone amico dei due fratelli che tenta invano di portarli sulla retta via, neppure lui ha speranza di redenzione, forse l’unica che può salvarsi da uno stato di disgrazia è la giovane Ragazzina ( che per quasi tutta la durata dello spettacolo non ha un nome proprio ) che si procaccia da vivere vendendo whiskey e che mantiene un atteggiamento aggressivo nonostante sia la meno influenzata dalla negatività dilagante.
Padre Welsh è funzionale per trattare uno dei temi principali di questo Lonesome West: la fede cattolica e i controsensi, o forse sarebbe meglio in questo caso chiamarli nonsense, della religione, che condanna all’inferno un suicida ma salva un omicida se in punto di morte arriva il pentimento.
Se ne dibatte molto durante lo spettacolo, così come si lotta, si grida, ci si insulta. Perché le parole sono importanti, non solo in una visione morettiana della società, sono importanti le intenzioni, sia quando i personaggi si accusano che nel momento del “mea culpa” e del “fare un passo indietro” per scusarsi e perdonarsi vicendevolmente.
Claudio Santamaria conferma il talento versatile e il sodalizio con il regista dopo il monologo La Notte Poco Prima Della Foresta, interpretando forse, con Coleman, il personaggio più crudele di tutti; sorprendente Filippo Nigro nei panni di un Valene ingenuo e stralunato, in perfetta contrapposizione con il fratello. Sulla scena la coppia funziona, e si integra perfettamente con la casa/scenografia assolutamente azzeccata di Bruno Buonincontri; Massimo De Santis e la giovanissima Nicole Murgia ( al debutto teatrale )appaiono in ruoli diversi da quelli che li hanno visti impegnati negli ultimi anni sul piccolo e sul grande schermo, e superano una prova assolutamente impegnativa.
Nella commedia nera di McDonagh si ride, anzi si cede facilmente alle risate, forse perché, come ricordava Beckett, non c’è niente di più comico dell’infelicità.
Voto:
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