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LE RECENSIONI
La recensione di Antonio Longo
Era l’agosto del 1888 quando August Strindberg scriveva all’editore tedesco Bonnier per proporre la prima tragedia naturalistica della letteratura drammatica svedese “Signorina Giulia”. L’autore era consapevole dell’impatto che avrebbe avuto il testo sui suoi interlocutori che, infatti, ritenendolo oltremodo scandaloso lo rimandarono al mittente. Da quella data è trascorso più di un secolo, usi e costumi sono mutati, il senso del pudore ha allargato le proprie maglie ma, nonostante ciò, l’atto unico proposto sul palcoscenico del teatro Ambasciatori, nell’ambito della stagione “Donne. L’altra metà del cielo” allestita dal teatro Stabile di Catania, non lascia indifferenti.
Valeria Solarino, tornata sul palcoscenico teatrale dopo le esperienze cinematografiche e televisive, e Valter Malosti, che ha curato anche la regia nonché l’adattamento in italiano, hanno dato vita ad un’interpretazione molto sensuale, carnale, fisica del testo, protagonisti di un incontro – scontro passionale ma, allo stesso tempo, distruttivo. Lei, Giulia, figlia di un conte, lui, Giovanni, servitore - tuttofare di suo padre, cercano di superare gli ostacoli derivanti dal differente ceto sociale per raggiungere i propri scopi proprio nel Midsommarnatten, la notte di mezza estate, notte magica di San Giovanni, occasione rituale di scatenamenti orgiastici: la donna vuole coronare il suo sogno di cadere e sprofondare sempre più giù, negli inferi della mente e del cuore umano; l’uomo, invece, aspira a migliorare il suo status, a scalare i vertici della scala sociale, in maniera cruda e a tratti anche violenta. Ne scaturisce una relazione dai toni forti che si svolge sotto gli occhi della cuoca Cristina (Federica Fracassi), fidanzata di Giovanni, altra protagonista che si dibatte tra dubbi e incertezze nella cucina dove si respirano fumi infernali, una sorta di anticamera dell’inferno che fa da cornice al tragico epilogo.
La produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino/Teatro di Dioniso si avvale delle scene di Margherita Palli, del suono G.u.p. Alcaro, luci di Francesco Dell’Elba, costumi di Federica Genovesi, training fisico e cura del movimento di Alessio Maria Romano.
Voto:
La recensione di Alessandro Paesano
La signorina Julie, che il suo autore definì nella prefazione al testo tragedia naturalistica, fu scritta da Strindberg nei mesi di luglio-agosto 1888 imponendosi come testo audace e scandaloso per i temi affrontati e il modo di trattarli tra i quali l'incontro/confronto tra classi sociali (la Julie del titolo figlia di un nobile e il servo, e per giunta ladro, Jean) e lo scontro fra generi (Julie, allevata come un uomo per dimostrare che le donne non gli sono inferiori in nulla, Jean prima sedotto e poi seduttore di Julie). Elementi che, per essere davvero compresi, vanno letti attraverso le diverse lenti culturali del suo autore, dal naturalismo, mutuato da quello scientifico di Zola, alla profonda, ossessiva misoginia che, nello stesso anno, fa scrivere a Strindberg un saggio dal titolo fiume: L'inferiorità della donna nei confronti dell'uomo con conseguente giustificazione della sua posizione subordinata.
Su queste coordinate Strindberg scrive una tragedia nella quale l'emancipazione femminile si traduce in una pulsione di morte. Pulsione di morte perchè, in quanto donna emancipata Strindberg teme che Julie non veda nella maternità la massima espressione del femminino (non a caso la sua cagnetta incinta le fa orrore), pulsione di morte quando Julie seduce Jean invece di lasciarsi da lui sedurre, pulsione di morte scritta in quelle regole dell'onore alle quali, suo malgrado, Julie non sa sottrarsi e che la inducono al suicidio.
Al di là della magnifica capacità di Strindberg di scrivere dialoghi all'altezza dell'approfondimento psicologico coi quali costruisce i personaggi c'è ben poco di naturalistico in questa tragedia, la cui vera matrice è metafisica (astorica) poco attenta al contesto sociale e al mondo storicamente determinati.
Il fascino che esercita questo testo sfuggente nelle cause ma sicuro negli effetti tanto da farlo portare ancora oggi in scena, risiede anche nella sua disponibilità a dischiudersi a chiunque voglia avvicinarvisi, qualunque sia l'intenzione con cui lo si approccia.
A Malosti però non sembra tanto interessare farne l'esegesi, quanto piuttosto imbrigliare il testo in una ingombrante scenografia à la Malosti che non esiste per essere al servizio del testo, ma per semplificarlo in un immaginario collettivo da feuilletton d'epoca tutto sbilanciato verso il grand-guignol. Una macchina scenica che, tra luci sagomate e colorate che evidenziano zone e dettagli della scena, situazioni e momenti della storia (il rasoio col quale Julie si toglierà la vita) e i rumori che sottolineano certi gesti degli attori, l'aprirsi delle botole, nell'impiantito del palco, in pendenza, verso lo spettatore, dalle quali emergono oggetti o nelle quali Malosti scompare, diventa uno dei personaggi del testo.
Un testo che Malosti restituisce con una recitazione antinaturalistica - solo in parte contrappuntata
dall'accento dialettale e dunque più veristico col quale Federica Fracassi interpreta la serva Christine (alla quale Malosti riduce drasticamente e inspiegabilmente la parte) - niente affatto interessato a restituire le sottili evoluzioni psicologiche dei personaggi che rimangono uguali a se stessi per tutta la tragedia ben diversamente dall'originale.
La misogina di Strindberg, però, rimane in tutto il suo fastidio, alla quale fa da eco l'interesse fin troppo contemporaneo di Malosti per la donna, sia nella postura disinvolta con cui fa agire Valeria Solarino (e non solo negli atti sessuali esplicitamente mimati in scena), sia nel lessico che esplicita con parole
di oggi quanto nel testo originale rimane più accennato, culminando in un seno nudo che il regista impone a Federica Fracassi del tutto fuori contesto.
Una recitazione che sembra solo affermare il fascino affabulatorio degli attori, anche se questo narcisismo è regolamentato dalla macchina scenica che impone una rigida disciplina, e dove Malosti sovrasta ingenerosamente le due donne al punto tale da capovolgere il punto di vista del testo facendone di Jean, da lui interpretato, il vero fulcro, tanto che un titolo più consono sarebbe forse Il servo Jean che meglio dell'originale Signorina Julie descrive l'operazione che Malosti ha inteso intraprendere con questa sua ultima fatica.
Voto:
La recensione di Alessandra Burattin
Un intenso gioco di potere, che scorre tra il personaggio femminile, la giovane Giulia e quello maschile, il suo servo Giovanni. Un dramma forte, fatto di possessioni e ossessioni, di impulsi sessuali e pentimenti, tutto oscilla tra lo scambio dei ruoli tra i due personaggi: entrambi si provocano, si corteggiano, accettano e rifiutano la passione consumata, scappano e restano intrappolati in quella stanza, fino alla morte della ragazza, che riequilibra gli ordini della tragedia, ormai bloccata in quei moti di coscienze incontrollabili.
Tutto scivola come la scenografia, costruita in pendenza e rappresentante la stanza che accoglie il dramma psicologico dei personaggi, amplificato dalle luci, che non seguono la logica naturale ma quella irrazionale delle menti di chi agisce in scena, dagli oggetti che escono dalle botole e riempiono la camera e dai suoni, quelli che sottolineano i movimenti e quelli che ampliano gli stati d’animo.
Voci, suoni, luci e movimenti sono quindi coordinati e amplificati, per rendere visibili i moti delle anime dei due protagonisti e la stessa recitazione non è naturale, ma interiorizzata.
Anche il personaggio della serva Cristina, interpretata da Federica Fracassi, si inserisce nel gioco di potere dei due protagonisti, accentuandone i pensieri. Esempio strepitoso è la scena in cui i due consumano il loro amore peccaminoso all’interno della botola, mentre sopra di questa, la serva cerca piacere da sola, come se fosse il prolungamento di quell’atto.
Si assiste quindi ad una regia complessa, ideata da Valter Malosti, che in scena interpreta anche Giovanni, affiancato dall’intensa Valeria Solarino, che interpreta Giulia.
Voto:
La recensione di Roberto Mazzone
Una nuova “fatica” per Valter Malosti, dopo aver conseguito il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro per la regia dei Quattro atti profani e di Shakespeare/Venere e Adone. Questa “Signorina Giulia”, opera del drammaturgo svedese August Strindberg, è un incontro distruttivo tra la figlia di un conte e il servitore-tuttofare del padre di lei. L’azione si svolge interamente lungo la notte di mezza estate, quella di San Giovanni. Padrona e servo sono spinti, attraverso un irrefrenabile impulso verso un gioco a due al massacro, che determinerà Giulia quale “vittima sacrificale”, destinata all’autoespiazione dei propri tormenti interiori. La cuoca Cristina, promessa sposa del servo Giovani, osserva l’azione dall’esterno e dà il via ad un’ambigua “battaglia di cervelli” (interiore), tra coloro che “abitano” il palco e, nel caso specifico, la cucina, il regno della servitù, dove la tensione si avverte costante e tagliente, nell'interazione tra i tre personaggi, ma soprattutto il luogo nel quale la signorina Giulia e Giovanni si perdono nella lussuria, sperimentano e ingaggiano una lotta senza esclusione di colpi, che diviene al contempo, lotta di classe e di genere. Sul palco con Malosti nel ruolo di Giovanni, Valeria Solarino – il suo ritorno a teatro fa seguito a un’affermazione cinematografica segnata dai consensi. – e Viola Pornaro; in scena fino al 23 gennaio al Teatro Carignano di Torino e poi in tournée nazionale.
Voto:
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