Uno spettacolo serio, divertente e profondamente ironico interpretato da due bravissimi protagonisti quali Ottavia Piccolo e Vittore Viviani non solo caratterizzati da indiscutibile e palese professionalità, ma anche da una sodale e gradevolissima complicità che - senza nulla togliere alle profonde riflessioni indotte - rende fluidi questi simpatici dieci comandamenti dettati dalle mene del maligno.
Tratto dall’omonimo libro di Gianrico Carofiglio, ridotto a testo teatrale da Stefano Massini, e diretto con tocco sapiente dalla regia di Sergio Fantoni, lo spettacolo invita il pubblico in un teatrino, completo di sipario, lucette e ribaltina, dove i nostri abili trasformisti con l’ausilio di sagome lineari ed essenziali e di qualche parrucca e barba finta impersonano i numerosi personaggi di questa disquisizione semiseria.
Tutto radica nientepopodimeno nel Paradiso Terrestre dove la debolezza dei nostri antichi progenitori ci ha lasciato come imperitura pena il dubbio: tortura eterna e/o magnifica espressione della nostra intelligenza tanto da permettere di trasformare il cartesiano cogito ergo sum in dubito ergo sum.
Così tra le righe emerge prima di tutto la quotidiana fatica del giudicare con tutte le sue implicazioni e sfaccettature morali e psicologiche.
Non bisogna dimenticare che l’autore è un magistrato il quale attraverso il manualetto (sulla tecnica dell’interrogatorio come era nato al momento della prima pubblicazione) - alla cui lettura si viene stimolati - invita non solo i colleghi a non presumere troppo cadendo in supponente superficialità e nello stesso tempo a non esagerare in un’estenuante analisi che impedisce di giungere a conclusioni.
Esortazione, quindi, estendibile affinché ciascuno sviluppi un’autonoma capacità di giudizio da contrapporre al quotidiano imperare di mode e condizionamenti operato dai mass media non sempre tendenti all’oggettività, ma pronti a giocare con le notizie scoop o peggio con la sottile e serpentiforme arma del dubbio da instillare goccia a goccia per gettare fango sull’onestà.
Un mondo di miserie, silenzi, ambiguità e omertà difficile, ma non impossibile da smascherare; basterebbe un po’ più di coraggio che, se venisse usato da tutti, non farebbe così paura… e non lascerebbe impuniti disonesti e corrotti che, occupando il potere, paiono intoccabili.
Una faticosa strada verso la verità sfaccettata e multiforme attraverso simpatici anagrammi che ne evidenziano la sua difficile raggiungibilità con il gradevole accompagnamento delle musiche per dieci strumenti eseguite dal vivo dal valente Nicola Arata.
Voto:
Un sipario, dietro il sipario. E in scena Vittorio Viviani e la straordinaria Ottavia Piccolo. Così prende il via, tra una battuta e l’altra, la rappresentazione teatrale de “L'Arte_Del_Dubbio”, tratta dal fortunato testo di Gianrico Carofiglio.
Poco dopo, al centro della rappresentazione, plasticamente, si farà largo un concetto: LA VERITÀ. Tutta maiuscola, per carità. Senza aggiungere né togliere nulla però, basta riordinare idee e lettere con un po’ di arguzia e un piccolo anagramma ci consentirà di osservare la parola: RIVELATA. La verità è tale a seguito di una scoperta. Di più, diventa tale a seguito di una scoperta.
E se questa indagine, questo processo di rivelazione, non avesse mai luogo? Ancora un gioco di parole, ancora una volta, le stesse lettere: RELATIVA. Così, in breve, soltanto rimettendo insieme in modo diverso il frutto dei nostri pensieri, da un’immagine forte come quella della verità siamo passati a un vocabolo completamente diverso: RELATIVA. Relativa, perciò fonte di angoscia, di dubbio.
Il dubbio. Ecco il filo conduttore che ci guiderà nella narrazione di diversi episodi: ora comici, ora vibranti, ora struggenti. Musica in sala, mai banale, ad accompagnare: discreta, ma non scontata. Come sfondo, una scenografia dinamica. Si potrebbe dire, anch’essa relativa: capace cioè, grazie ad una messa in scena curata fin nei dettagli, di adattarsi allo stile e al ritmo della narrazione.
Un decalogo ci fa da pro memoria, per questa ora e mezza. Le dieci regole del dubbio: come suscitarlo, come individuarlo, come comprenderlo. L’incertezza, in fondo, si nutre di parole, è costituita dalle parole stesse. Affrontare senza timori la fragilità, l’inevitabile ansia causata dal dubitare, significa quindi non aver paura di ragionare sul ragionamento, di parlare di parole.
Le parole possono essere ambigue, menzognere.
Le parole possono mutarsi in arnesi da scasso, per forzare la cassaforte della trasparenza.
Le parole, private di ogni umanità, possono purtroppo arrivare anche a ferire, a uccidere.
Le parole, in fondo, sono tutto ciò che abbiamo.
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