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LE RECENSIONI
La recensione di Simone Manfredini
Lo spettacolo di Arturo Cirillo, prodotto dai Teatri Stabili di Napoli e delle Marche, ben si presta a molteplici letture che colgono appieno la polissemicità del testo partorito dal genio di Molière. Centrale non è solo il tema dell'avarizia che inaridisce il cuore ed esclude dalla vita sociale, separando chi è colpito da questa ossessione anche dai suoi stessi cari, ma soprattutto il tema della libertà, che tutti i protagonisti tanto agognano senza rendersi conto di non essere nulla più che satelliti di Arpagone, non in grado forse neppure di camminare con le proprie gambe.
A dominare la scena è appunto il vecchio, livido, canuto, curvo, concentrato su se stesso; il colore che lo caratterizza è il nero, un nero pervasivo che giunge a impregnare di sé anche gli abiti degli altri protagonisti, togliendo loro un po' delle vivaci tinte originarie. In parallelismo perfetto con tutto ciò, la scenografia ci presenta uno spazio chiuso e spoglio, sottolineato da una serie di quadrati mobili in ardita fuga prospettica dal sapore vagamente claustrofobico.
Il testo di Molière, qui nella traduzione di Cesare Garboli, è riprodotto in modo fedele, la vicenda si dipana con ritmo serrato, con veloci cambi scena sottolineati da brevi intermezzi musicali, senza momenti morti, senza cadute, senza eccessi, senza letture superficiali. L'abilità registica di Cirillo è evidente, egli mostra di conoscere alla perfezione tempi e modi del teatro e finisce per riproporre al pubblico, con grande garbo, un testo classico per quello che esso è, una scrittura che non abbisogna di aggiustamenti estemporanei per mostrare al mondo il proprio valore universale.
Buono il cast nel suo complesso. Su tutti spiccano Arturo Cirillo nei panni di Arpagone, Sabrina Scuccimarra in quelli di una Frosina sapida e arguta che ben conosce la vita. Monica Piseddu è una Elisa fragile, decisa a sposare Valerio (Luciano Saltarelli), ma al tempo stesso paurosa e totalmente succube del padre; in parallelo Michelangelo Dalisi è un Cleante più determinato della sorella a raggiungere coi fatti il proprio scopo, che si lancia in uno scontro frontale col genitore dal quale però esce comunque perdente. Con loro Antonella Romano nei panni di Mariana, Salvatore Caruso in quelli di Anselmo, Saetta e Fidavena, Vincenzo Nemolato in quelli di Mastro Simone, Baccalà e del Commissario ed infine Rosario Giglio in quelli di Mastro Giacomo.
Voto:
La recensione di Gianmarco Cesario
Portare in scena un classico popolare come "L'Avaro" di Moliere non è compito facile, soprattutto quando il regista è un intellettuale sapido e coerente come Arturo Cirillo, la cui cifra stilistica è sempre il risultato di una sincera ispirazione, di un colto approfondimento e di una rispettosa attenzione per un pubblico che mostra sempre, giustamente, di gradire le sue creazioni. Dopo averci lo scorso anno spiazzati e convinti con un "Otello" che in maniera originale metteva in risalto il lato insospettabilmente comico di una delle più accorate tragedie di Shakespeare, quest'anno Cirillo, per l'apertura dello Stabile di Napoli, rovescia il gioco e decide di evidenziare il lato noire della comicissima commedia molieriana. Ecco quindi Arpagone, vecchio, vecchissimo, depauperato da ogni orpello, vestito di nero, coi capelli bianchi ed arruffati di un barbone, rinsecchito dalla sua avarizia che lo porta a ripiegarsi, anche fisicamente, su se stesso. Un'avarizia, la sua, come il bellissimo finale dichiara esplicitamente, che trascende dalla cupidigia per il denaro, ma che è una sorta di morbo che lo allontana dai suoi affetti, e che si espande in tutta la sua casa e sulle persone che la abitano, come gli intelligenti costumi di Gianluca Falaschi interpretano in maniera egregia grazie all'apporto pittorico di Silvia Fantini che fa contaminare i colori originali facendoli impregnare parzialmente del nero catramoso umore del padrone di casa. Nelle vesti del protagonista, così come lo ha ideato, Cirillo risulta assolutamente impeccabile, surreale e strisciante, inquietante come un personaggio di Allan Poe, ci dichiara fin dal suo ingresso in scena quello che è il suo progetto stilistico-registico senza superare mai la barriera del gigionismo. Purtroppo, ed è qui l'unica nota dolente dello spettacolo, non tutto il cast lo segue, apparendo spesso schiacciato da un compito non facile. Fanno eccezione la sempre brava Sabrina Scuccimarra, convincente Frosine, anche se forse un pizzico più vicina a Moliere che a Cirillo, ed Antonella Romano, la più calzante, a nostro avviso, al progetto registico, che dà vita alla smarrita ed incontaminata Mariana. Piacevole, infine, il divertente (troppo, date le intenzioni di Cirillo) Valerio di Luciano Saltarelli. Sospendiamo il giudizio per gli altri, convinti che, se si intraprende la strada di una riproposizione di classici con regie dal grande respiro internazionale, come effettivamente sono quelle firmate da Cirillo, forse bisognerebbe rivedere il progetto di una compagnia stabile, poiché, evidentemente, non tutti gli attori possono interpretare tutto.
Voto:
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