|
Genere:
drammatico
Autore:
Annibale Ruccello dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia
Regia:
Roberta Torre
Compagnia/Produzione:
Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
Cast:
Donatella Finocchiaro, Martina Galletta, Daniele Russo, Lorenzo Acquaviva, Dalia Frediani, Rocco Capraro, Rino Di Martino, Marcello Romolo, Liborio Natali
Sinossi
Nella Ciociara di Ruccello a farla da padrone sono i Fantasmi. Fantasmi della brama di avere, possedere oggetti di consumo semplici come può essere un televisore o una macchina nuova.
Qui Cesira non è più quella madre sconvolta sul ciglio della strada polverosa a chiedere pietà per la sua povera figlia violata, Rosetta non è quella che non sarà mai più come prima dopo le mani estranee sul suo corpo di bambina.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone
Dove
|
|
LE RECENSIONI
La recensione di Domenico Orsini
Lo spettacolo si apre con un cadere di foglie proiettato sul velatino che separa il pubblico dall’azione scenica, materializzando la quarta parete. Un salotto, una madre dalla chioma imbiancata ed una figlia cinica e sprezzante discutono animatamente dell’acquisto di un’automobile. Non sembrano le protagoniste de “La ciociara” che noi tutti conosciamo, le due figure di donna che scappano dalla guerra senza riuscire a scamparne, vittime di quell’oltraggio indelebile che è lo stupro, violenza di guerra in cui Moravia stigmatizza l’oltraggio ad un intero paese. La riscrittura teatrale del romanzo, operata da quel grande autore (scomparso, ahinoi, troppo presto) che è Annibale Ruccello, parte dall’Italia del boom economico, è qui che ritroviamo Cesira e Rosetta, madre e figlia, che dell’orrore della guerra non sembrano portare traccia, chiuso a doppia mandata nel baule delle memorie da dimenticare. Rosetta ha un marito e tre figli ed è diventata la donna cinica del suo tempo, il tempo del consumismo che autorizza tutto pur di dimenticare, in cui si presagisce un’orrenda rivoluzione che cambierà degli uomini vita materiale e animi. E’ a questo punto che compare il fantasma di Michele, il giovane intellettuale comunista di cui Cesira si è innamorata durante la sua fuga, anch’egli rimasto vittima della guerra, morto per salvare altre vite. Michele parla degli sconvolgimenti della società, parla di “omologazione”, termine oscuro negli anni da cui la vicenda prende il via. Si apre così nella mente della donna un varco che dà spazio ai ricordi, che la riporta a quei tempi di paure e di miserie, e sul palco ritorna “La ciociara” che tutti conosciamo.
Visionaria, audace ed onirica, la regia firmata da Roberta Torre. La cineasta milanese, alla sua prima esperienza teatrale, fonde e contamina lo spettacolo con le proiezioni, effetti, immagini e citazioni che dilatano lo spazio teatrale accentuandone la natura onirica, ma che in certi punti appesantiscono la narrazione, spesso coprendo cambi di scena che col procedere dello spettacolo diventano troppi e troppo ripetitivi, soprattutto se si considera la durata della piéce: un’ora e quaranta minuti circa, senza intervallo.
Il ruolo di Cesira, che fu la prima prova da star di una giovanissima Loren, consacrata dai critici, anche i più spietati, stella indiscussa del cinema mondiale e portavoce dell’alto messaggio di quello italiano, con un oscar a confermare la straordinarietà di quell’interpretazione, è affidato sulla scena ad una bravissima Donatella Finocchiaro; l’attrice riesce a tratteggiare con efficacia il ruolo della giovane vedova, forte e risoluta, anche se qualche inattesa defaillance le fa perdere qua e là vigore e apparire paradossalmente distante, poco sanguigna. Daniele Russo di-segna con sicurezza ed impeto il ruolo di Michele. Carbura durante il procedere dello spettacolo la giovane Martina Galletta nel ruolo di Rosetta. Conferma le sue doti di brava attrice Dalia Ferediani, che oscilla tra toni alti e cupi nell’interpretazione del personaggio di Concetta, quasi una “cattiva” da fiaba, che ospita le protagoniste durante il loro peregrinare. Misurati ed eccellenti Rino Di Martino e Marcello Romolo. A completare il buon cast Lorenzo Acquaviva, Marco Mario De Notaris e per chi dice che non ci sono piccoli ruoli ma solo piccoli attori, ci piace applaudire Daniele Marino per la sua breve interpretazione dell’Ufficiale Tedesco.
Voto:
La recensione di Wanda Castelnuovo
Ispirato dall’omonimo romanzo di Moravia, lo spettacolo prende avvio anni dopo il momento in cui termina il celeberrimo film di Vittorio De Sica interpretato con forte e drammatico realismo da Sofia Loren (premiata con l’Oscar).
Il conflitto mondiale è finito e il ricordo delle violenze patite sfumato e madre e figlia (Cesira e Rosetta) risucchiate nel nuovo vortice della brama di possedere discutono animatamente sull’acquisto di un’autovettura.
Scena borghese che rivela come le due donne vittime della violenza della guerra abbiano costruito una sorta di paravento di normalità.
La litigata diviene occasione per riportare alla memoria il passato e le cicatrici con i fantasmi che hanno lavorato e lavorano subdoli acuendo i segni dei drammi vissuti.
Questa geniale e raffinata trasposizione teatrale del 1985 a opera di Annibale Ruccello dal romanzo di Moravia è messa in scena in modo vivace e dinamico dalla regista Roberta Torre - alla sua prima regia teatrale - che compie una sintesi, o meglio una contaminazione tra teatro, letteratura, cinema, fotografia e musica e soprattutto crea un continuo flusso tra presente e passato.
Figura di riferimento e a un tempo memoria del passato e coscienza critica del presente è Michele - un bravissimo Daniele Russo - giovane intellettuale antifascista innamorato di Cesira e morto da eroe durante la ritirata nazista.
Lo stimolo a riprendere il testo (rappresentato una sola volta a metà anni ’80) estremamente moderno di Ruccello è venuto proprio da Daniele che insieme ai fratelli Gabriele e Roberta gestisce a Napoli il teatro Bellini, sala aperta ventidue anni fa dal padre Tato Russo.
Molto incisiva e duttile la misurata recitazione di Donatella Finocchiaro che non soffre minimamente del confronto con la Loren anche per il diverso contesto storico in cui vivono le due Cesire.
Uno spettacolo interessante da non perdere che permette di riscoprire un giovane drammaturgo italiano prematuramente scomparso.
Voto:
La recensione di Valentina Dall'Ara
È quasi inevitabile cercare un confronto con “La Ciociara” interpretata dalla Loren nel film di De Sica datato 1960, eppure lo spettatore, in questo caso, deve guardare questa trasposizione teatrale con occhi diversi: “La Ciociara” di Annibale Ruccello, tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, portata in scena da Roberta Torre e prodotto dal Teatro Bellini di Napoli, è qualcosa di nuovo. È una contaminazione costante con il cinema, con la fotografia, con la musica, ma anche con la storia e con i sentimenti.
Un tappeto di foglie secche limita il palcoscenico precludendo l’uso del proscenio agli attori costretti in una sorta di gabbia circoscritta da due schermi: quello anteriore trasparente permette la proiezione di immagini “interiori”, stati d’animo, evocati da foglie, pioggia, nuvole o fumo e quello posteriore, sfruttato per le proiezioni di video ed immagini, sottolinea e completa in maniera incisiva diverse scene della pièce.
Sulle note di “Musetto” di Domenico Modugno vengono introdotti i due personaggi principali: Cesira (Donatella Finocchiaro) e Rosetta (Martina Galletta). Sono gli anni ‘50 e le due donne, madre e figlia, stanno discutendo senza mezzi toni per l’acquisto di un’automobile.
Il testo di Ruccello indaga per scoprire come la guerra sia riuscita a cambiare le persone e la scelta registica dello spettacolo ha voluto sottolineare questo aspetto. Attraverso dialoghi crudi segnati da una profonda incomunicabilità le due donne fanno trasparire le cicatrici lasciate loro addosso dalla fame, dalla violenza e dalla delusione. Cesira e Rosetta, due ciociare, perdono la loro autenticità e la loro cultura originaria durante la guerra e diventano “deportate”, definizione che Ruccello stesso amava usare per descrivere molti dei suoi personaggi.
Quello che resta è vano e ormai divorato dal consumismo; non c’è più spazio per il futuro e quasi neanche per i ricordi incarnati nella figura del fantasma di Michele (Daniele Russo), giovane dottore antifascista innamorato di Cesira, ucciso dai nazisti in fuga, unica figura realmente positiva tra le tante che si susseguono sul palco.
La storia comincia dagli anni ‘50 e prosegue in flashback: la decisione di Cesira di lasciare Roma sottoposta ai bombardamenti, per tornare in campagna, in Ciociaria, la convinzione che con i soldi si possa comprare tutto e la definitiva scoperta dell’amara realtà della guerra che altro non porta che a privazioni, violenza e morte.
È questo il risultato di una contaminazione totale: il passaggio da una vita contadina considerata autentica a quella piccolo borghese corrotta dall’avidità, il passaggio dalla fede alla negazione di ogni credo se non quello del denaro.
La carica emotiva con cui gli attori interpetano i loro ruoli è forte e viene costantemente accentuata e condotta al limite dall’uso delle proiezioni o della musica che più che da accompagnamento viene usata come una sorta di colonna sonora cinematografica.
Il limite tra teatro e cinema in questo spettacolo è sottile e invita al connubio dei due generi ora non più così diversi e distanti.
Voto:
|