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LE RECENSIONI
La recensione di Alessandro Paesano
The History Boys di Alan Bennett è una commedia del 2004, fortunatissima (ne è stato tratto anche un omonimo film, con lo stesso cast e lo stesso regista teatrali) in patria e in Italia il cui allestimento di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani ha ricevuto il premio Ubu 2011 come Miglior Spettacolo, mentre il testo della commedia, appena pubblicato per i tipi di Adelphi, tradotto da Mariagrazia Gini col discutibile titolo di Gli studenti di storia, ha visto già due edizioni in soli tre mesi.
De Capitani e Bruni si sono avvalsi della traduzione più attenta di Salvatore Cabras e Meggie Rose che hanno reso con un lessico meno generico certi termini colloquiali usati dai ragazzi.
Gli attori dopo oltre un anno di repliche sono affiatati e convincenti, e lo spettacolo, nonostante le tre ore di durata, non ha mai dei cali e si fa guardare con interesse.
Ambientato in un college dello Yorkshire negli anni '80 The History Boys racconta di un gruppo di studenti che, dopo essersi diplomati a pieni voti, frequentano un corso di preparazione all'esame di ammissione a Cambridge e Oxford nel quale il loro professore di letteratura Hector insegna cultura generale - la cultura alta e quella pop(olare) secondo i dettami di Housman ogni conoscenza è preziosa che abbia o no la minima utilità per l'uomo, seguendo un modello didattico che negli anni '80 verrà poi sostituito dai target culturali e dai curricola.
All'insegnamento di Hector si contrappone quello del nuovo insegnante di storia, Irwin, un supplente poco più grande degli studenti, il quale vede l'esame di ammissione più come una questione di strategia che di cultura e infatti finirà per fare il giornalista televisivo, nonché portavoce del Governo, come Bennet mostra in due scene ad apertura di entrambi gli atti, la seconda e più corposa delle quali espunta dall'edizione italiana.
The Histroy Boys si muove tra diverse concezioni della didattica (con vere e proprie discussioni in scena sul senso della memoria storica e su come si dovrebbe fare storia) e continue citazioni letterarie (Auden, Brooke, Eliott, Lakin passando per Shakespeare, Smith e Whitman) compresa la poesia uranista (cioè omoerotica dedicata a giovani ragazzi), la filosofia (Nietzsche, Wittgenstein) e la musica (suonata in scena alla tastiera) anche pop, in un continuo confronto ludico tra improvvisazioni teatrali in francese (ambientate in improbabili case d'appuntamento) e scene di film recitate dove, come nella migliore tradizione elisabettiana, i ragazzi interpretano anche i ruoli femminili.
Tra le righe di questo contesto accademico emergono i caratteri degli studenti e i diversi modi in cui esplorano anche la sfera sessual-affettiva: da quella ficacentrica di Dakin(come la definisce Lintott la professoressa di storia che ha preceduto Irwin), che ha un flirt con la giovane segretaria del preside, a quella platonica e omoerotica di Pressner (innamorato, non corrisposto, di Dakin) e quella momentaneamente in astinenza del cattolico Scripps, senza trascurare le differenze di classe sociale, di etnia o di religione.
Bennet riesce a dare credibilità a un intreccio nel quale mostra come la poesia contribuisca a vivere con maggiore profondità qualunque situazione la vita ci ponga dinanzi e come come l'omoerotismo sia una opzione accessibile sia per chi si scopre omosessuale come Pressner (al quale viene detto che si tratta di una fase di passaggio mentre lui non sa se vuole che questa fase gli passi) sia per Dakin che vuole sedurre il porf. Irwin attratto più dall'intelletto che dal genere sessuale del professore.
Un omoerotismo vissuto con delle grosse restrizioni da Hector, che rischia di essere cacciato dal college perchè palpa i suoi studenti mentre li riaccompagna a casa in moto, a Irwin, che è un gay non dichiarato mentre di Posner, nel finale della commedia che indaga sul futuro degli studenti, ci viene detto che è single ma ha tanti amici su internet, anche se nemmeno dal versante femminile le cose vanno meglio (la professoressa di storia è divorziata, Fiona riceve le avance del preside).
Un testo al maschile nel quale però il sessismo e il maschilismo sono questioni portate all'attenzione degli studenti dall'insegnamento della professoressa di storia, l'unica che sembra scandalizzarsi genuinamente per i palpeggiamenti di Hector, mentre il preside, considerandolo un professore scomodo per il suo modo di insegnare, usa questo illecito come pretesto per mandarlo in pensione.
Bennet riesce a coordinare contenuti di natura assai diversa attraverso un uso sapiente dell'allusione, della battuta, a volte talmente sottile da risultare quasi criptica.
De Capitani e Bruni non sanno resistere alla tentazione di esplicitare qualche allusione dando al testo un'impronta enfatica che vira verso la comicità tout-court che si pone come interfaccia tra testo e pubblico, forse temendo che l'impianto citazionale di autori sconosciuti al pubblico medio italiano risulti indecifrabile e di scarso appeal.
I personaggi sono dunque presentati con dei cliché più immediatamente riconoscibili: il preside da pedante amministratore che fa fatica a tenere il passo con le citazioni degli alunni della scuola diventa uno stupido burocrate sessuomane (compreso l'accenno, con tanto di cigolio della poltrona a ricordare quello del letto, a un rapporto consumato con la moglie, eccitato dall'idea di potersi sbarazzare finalmente di Hector, non presente nel testo originale) mentre Hector,a differenza che in Bennet, è reso con sottile ma costante effeminatezza, in contraddizione con lo spirito del suo insegnamento che cerca la genuinità al di là di ogni affettatezza (come quando confessa a Irwin che vuole rendere immuni i ragazzi dall'omologazione culturale...).
Anche Posner è nevrotico e un po' checca secondo un trito cliché maschilista che induce il pubblico, per usare una frase fatta, a ridere di lui e non con lui, per esempio quando si lamenta che l'amore non corrisposto per Dakin lo fa soffrire. Uno sport nazionale quello di ridere della checca che gioca però un brutto scherzo al pubblico romano. Quando Posner recita i primi versi del Tamburino Hode di Thomas Hardy Hanno gettato il tamburino Hodge il pubblico ride suggestionato dal personaggio sopra le righe che ha visto fino a quel momento ma la risata rimane in gola a tutti quando, nel verso successivo, la poesia dice perchè riposasse, senza una bara, così come era stato trovato.
L'elemento più estraneo al testo originale è lo spirito giovanilistico col quale De Capitani e Bruni portano in scena gli otto studenti di Bennet convinti che esser giovani significhi correre, saltare oltre le sedie, urlare e battere il palmo della mano, gettare i libri per terra scompaginandoli (mentre in Bennett Dakin si lamenta col prof. Irwin che, lanciando loro i quaderni dei temi, glieli sciupa), dove il preciso e raffinato sottotesto (quanti avranno capito il tra le righe della poesia del tamburino
tramite la quale Hector e Pressner si confrontano una inconfessata
solitudine esistenziale?) è soffocato da una pantomima di ripetuti ammiccamenti fisici, come il fin troppo esplicito gesto di palpeggiamento di Hector, del quale i ragazzi fanno il verso ad uso e consumo degli spettatori, laddove Bennet accenna con discrezione.
Una regia enfatica che si attesta in un orizzonte maschilista ben al di là del cliché dell'omosessuale effeminato. Quando Dakin e Scripps commentano le palpate che loro e gli altri ragazzi hanno
subito da Hector, si chiedono come debbano
sentirsi le donne che subiscono palpate analoghe da parte di uomini su base quotidiana e se loro ne rimarranno segnati, augurandosi ironicamente di sì, così da diventare dei novelli Proust, nella versione di De Capitani e Bruni questa preoccupazione per le donne non c'è, trasformando la loro preoccupazione in un sentire maschile dal quale le donne sono bandite. Ancora, la professoressa Lintott dà della troia al preside del liceo (ben diversamente dall'originale) aggettivo talmente in contrasto con il suo personaggio antisessista che per giustificarne l'uso i due registi si sentono in dovere di aggiungere la battuta so che questo termine è sessista ma non c'è aggettivo migliore che descrive il preside.
Questo intervento sul testo per quanto discreto e mai troppo esagerato finisce coll'offuscare il coté colto, discreto, ammiccante degli history boys a favore di una comicità più sanguigna ma anche di più facile consumo.
Però gli attori sono bravi, la scenografia, con un pizzico di esotico metateatro (alcuni spettatori sono fatti accomodare ai lati di proscenio sul palco, entrando così a far parte della scenografia) brillante, e se il pubblico si diverte e applaude chi siamo noi per lamentarci?
Voto:
La recensione di Elena Dalmasso
Magistrale. Semplicemente: degno di un grande maestro e riguardante la cultura. Cos’è la conoscenza, come si acquisisce, cosa significa essere colti, di cosa e su cosa si costruisce un patrimonio culturale, può la cultura essere generale? E soprattutto, qual è il valore di un vero maestro? Ci sono canoni per definirlo, criteri di valutazione? “The history boys”, di Alan Bennett, messo in scena da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani al teatro Elfo Puccini, racconta il percorso di otto ragazzi inglesi nel periodo pre-esame di ammissione al college. Otto personalità, otto storie diverse, otto punti di vista. Le loro vite – scolastiche e non – sono guidate ora da Hector (il bravissimo, avevamo dubbi?, Elio De Capitani), eclettico e anticonformista insegnante, poeta irriverente che gioca con la cultura e vive di citazioni, ora da Irwin (interpretato da Marco Cacciola), giovane insegnante apparentemente votato al valore dello stupire a tutti i costi, al “contro per forza”, ma in realtà fragile e insicuro. Il tutto sullo sfondo dello studio della storia e della poesia, grandi velieri di pensiero e di spirito critico dell’umanità. Cosa sono i fatti? Come si giudicano? Cosa serve per rendere un fatto storia o poesia? Come possiamo determinare il valore di un evento: dalle intenzioni? Dalle conseguenze? E ancora: qual è il valore della verità nella lettura a posteriori?
“The history boys” è uno spettacolo corale, fatto di serrati botta e risposta, di cambi di scena eleganti, di riflessioni taglienti e ironiche. L’educazione viene sviscerata e analizzata senza retorica: i pro e i contro del nozionismo, del giornalismo, dell’apparenza, di verità e veridicità. L’educazione culturale più prettamente intesa così come quella sentimentale e sessuale: al discorso più ampio si sovrappongono trame più sottili, fatte di identità sessuali, di ricerca del sé e dell’altro, di confusione, prese in periodi – l’adolescenza per i ragazzi, la maturità per gli insegnanti – molto diversi. E quindi, anche qui, si parla del conflitto tra la passione idealistica e il calcolo di opportunità, tra una vita vissuta in modo leggero e disinteressato e una vita fondata sul cinismo. Ci si interroga sui confini tra esse, sulle sfumature, sui cambiamenti, sulle scelte.
Tra i ragazzi - per ruolo (non per interpretazione: sono bravi tutti) – spiccano Posner (Vincenzo Zampa), ebreo alle prese con una personale rilettura dell’olocausto e con la propria omosessualità agli esordi, Dakin (Angelo Di Genio), arrogante e presuntuoso donnaiolo, che stuzzica Irwin per soddisfare il proprio ego, Scripps (Giuseppe Amato), credente e riflessivo, quasi voce esterna, commentatore e Timms (Andrea Germani) ragazzo in carne, zimbello del gruppo, autoironico e divertente. Bravi anche il preside (Gabriele Calindri), macchietta di arrivismo e ottusità e Mrs Lintott (Ida Martinelli), rigorosa ma ironica insegnante di storia, unico riferimento femminile nella vita dei ragazzi.
“The history boys” è uno spettacolo preciso, intelligente, ben costruito e molto divertente. Non sempre facile cogliere tutti i riferimenti letterari presenti nel testo, ma il discorso sulla cultura trascende le citazioni e gli spunti e diventa universale, graffiante e impietoso. Strepitosamente attuale. Uno spettacolo da non perdere.
Voto:
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