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LE RECENSIONI
La recensione di anna brotzu
Eros e thanatos sulla scena: l'antinomia fatale (l'indissolubile nodo di amore e morte) segna le carte nel complicato gioco delle passioni di “Tutto su mia madre”, pièce di Samuel Adamson (nella traduzione di Giovanni Lombardo Radice) tratta dal bellissimo, intenso film di Pedro Almodóvar, in cartellone al Teatro Massimo di Cagliari (e prima al Verdi di Sassari) per la Stagione di Prosa del CeDAC. Racconto surreale e affascinante che mescola arte e vita in un sublime e raffinato meccanismo metateatrale, in cui le parole di Tennessee Williams e Federico Garcia Lorca riflettono e svelano stati d'animo e segrete ferite dell'animo dei protagonisti, trasformando in poesia l'apparente banalità del quotidiano e il gusto amaro, ineffabile e insostenibile del dolore. Una “tragedia shakespeariana” sui temi fondamentali dell'esistenza con i segni e le forme inequivocabili della contemporaneità: ritratto della società odierna tra dive inaccessibili e fragilissime, emarginati, “tossici” e “puttane”, adolescenti inquiete, ragazze madri e trans, infermiere e suore metropolitane. Indagine lucida, amorevole e perfino spietata dell'universo femminile con i suoi riti e misteri, l'antagonismo di “Eva contro Eva” e quella solidarietà spontanea che, malgrado tutto, oltre le differenze e le idiosincrasie offre un fronte comune contro la sofferenza, gli abusi e – somma crudeltà – l'indifferenza. Mater dolorosa – per un capriccio della sorte che lascia esanime sull'asfalto, travolto da un'auto, il suo unico figlio – costretta a confrontarsi con un passato “dimenticato”, Manuela trova (nello spettacolo, coproduzione di Fondazione Teatro Due – Teatro Stabile del Veneto) in Elisabetta Pozzi un'incarnazione di disarmante e disarmata umanità, segnata dalla sventura più grande ma infaticabile portatrice dell'immateriale eredità dei sogni infranti del giovane Esteban (Alberto Onofrietti). Invisibile ma sempre presente (nei pensieri e nelle parole, nelle intenzioni e perfino nell'agire dei personaggi) il ragazzo diventa – come ben sottolinea la regia attenta e “sensibile”, curatissima ma anche lieve e “nascosta”, intima di Leo Muscato - quasi l'artefice e regista della vicenda, in un fondersi e intrecciarsi di piani e registri narrativi, come se gli incontri e i drammi sotto gli occhi dello spettatore fossero parte di un suo immaginario. Sottile fil rouge, tra apparizioni di “fantasmi” reali e simbolici – l'ambigua Lola, seduttrice pericolosa, padre/madre impossibile (sempre Onofrietti) – e lo sbocciare di una nuova vita, con un cuore che continua a palpitare regalando un'imprevista frazione di futuro a uno sconosciuto, a indicare una riflessione sul mistero oltre il confine dell'ultimo respiro, e dunque sul significato più profondo della vita e della morte. Fascino non meno fatale (costato appunto almeno una vita) quello di Huma, interpretata da Alvia Reale (alter ego di Marisa Paredes nel film) tra indiscutibile talento e vezzi da prima attrice, ma vinta a sua volta dalla passione per Nina (Giovanna Mangiù), attrice per caso ma perduta nella spirale della tossicodipendenza. Bellissima e “tanto più autentica quanto più somiglia all'idea di sé stessa” l'icona transgender di Agrado, il cui monologo punteggia, accanto ai frammenti di “Un tram che si chiama desiderio” e ancora il lamento della madre di “Nozze di sangue”, i momenti della vita reale, in un montaggio incrociato quasi cinematografico: e a prestarle volto e voce, in una curiosa e riuscita sovrapposizione fra invenzione e realtà, è Eva Robin's. Tris, anzi poker di donne – e signore della scena – impreziosito dall'ingenua bontà, che ne fa la vittima predestinata di coloro che vorrebbe salvare togliendole/i dalla strada, o forse solo dell'irrimediabile efferatezza del mondo, della giovane suorina Rosa (Silvia Giulia Mendola) a sua volta inconsapevole “carnefice” della propria madre, pittrice incompresa (ma di successo) di “imitazioni” di dipinti celebri (Paola Di Meglio, che si sdoppia anche nel ruolo di una psicologa). Completa il cast – destreggiandosi abilmente fra le variegate personalità di ben cinque personaggi - un istrionico Alberto Fasoli, capace di tratteggiare, in un volutamente smaccato gioco di metamorfosi, la freddezza dei medici e la violenza del cliente di una prostituta, l'ansia professionale e le crisi del direttore di scena Alex e perfino, attore che fa un altro sé stesso, la rude mascolinità dello Stanley del “Tram”. Un esperimento riuscito – già nell'originale versione inglese all'Old Vic Theatre di Londra, e ora in quell italiana fortemente voluta da Elisabetta Pozzi – per la difficile e interessante trasposizione tra decima musa e linguaggio della scena, su uno scenario cangiante e tra i candidi veli che incorniciano la Blanche di Huma, sulla colonna sonora disegnata da Daniele D'Angelo in cui voci e suoni si sposano a suggerire l'incalzante giostra dei giorni, il rumore assordante della vita.
Voto:
La recensione di Simone Manfredini
Tratta dall'omonimo film di Pedro Almodóvar, la versione teatrale di Tutto su mia madre, scritta da Samuel Adamson e tradotta in italiano per l'occasione da Giovanni Lombardo Radice, pur ispirandosi chiaramente all'antecedente cinematografico se ne discosta però in molti punti.
Filo conduttore di tutto è la figura di Esteban che, attraverso i due prologhi recitati a sipario chiuso e le frequenti apparizioni sulla scena, funge un po' da guida per lo spettatore, riuscendo a materializzarsi sul palco anche dopo la morte al fine di dare corpo all'immaginazione degli altri protagonisti. In una visione onirica, quasi in bilico fra illusione e realtà, pare che tutte le vicende narrate non siano altro che la concretizzazione di quanto il ragazzo ha scritto sul proprio taccuino di appunti.
Ed ecco che, attraverso una serie di ricordi, di flashback, di momenti di teatro nel teatro, la vicenda si dipana e i personaggi ci mostrano i propri sentimenti, emozioni universali dell'essere umano, calate all'interno di vicende poco ordinarie, che ci smuovono in quanto ci appartengono.
Il patetismo è evitato e su tutto prevalgono un'ironia leggera, uno spiccato senso ludico e la grande capacità dei protagonisti di stare insieme qualunque cosa accada: il pubblico sorride e intravede sempre una speranza, anche di fronte alle vicende più dolorose. Dalla scena sono assenti la condanna, il giudizio, lo stupore, anche quando i fatti possono risultare del tutto insoliti e spiazzanti.
Efficacissima la regia di Leo Muscato che cura in ogni particolare i movimenti degli attori e fa leva su alcune idee geniali come quella di far morire Lola in un letto di ospedale (lo stesso in cui è appena spirata Rosa) subito dopo aver abbracciato il suo piccolo, nato da poco, e aver appreso da Manuela tutta la vicenda di Esteban: con lui se ne vanno, almeno in parte, i dolori del passato. Muscato si avvale delle efficaci scene di Antonio Panzuto, caratterizzate da fondali dipinti come quadri astratti, e delle belle luci di Alessandro Verazzi che passano da toni accesi, violenti, sgargianti a chiaroscuri più intimi per i momenti onirici o riflessivi.
Elisabetta Pozzi è un'indimenticabile Manuela, dilaniata dal passato, ma aperta verso il futuro; straordinaria è la capacità dell'attrice di sottolineare ogni sfumatura, di passare dai momenti di disperazione a quelli spensierati senza forzature e con una naturalità che indica quanto ella abbia saputo davvero calarsi nel personaggio. Eva Robin's è una Agrado disinvolta, mai sopra le righe, estremamente convincente e straordinariamente divertente, convinta che nella vita nulla sia autentico ad eccezione dei sentimenti e del silicone. Molto brava anche Alvia Reale nel delineare una Huma dai tratti apparenti di donna distaccata, che nella realtà si mostra però fragile e in totale balia dell'amore per la giovane Nina (Giovanna Mangiù) che la fa disperare. A completare il quadro Silvia Giulia Mendola ci presenta un'ingenua suor Rosa e Paola Di Meglio la di lei madre, irrigidita dalla vita, che solo nella scena finale riuscirà a lasciarsi un poco andare. Sul versante maschile tutte le parti sono interpretate da Alberto Fasoli, il quale mostra di avere davvero notevoli capacità trasformistiche, mentre Esteban e Lola sono impersonati entrambi da Alberto Onofrietti, quasi a sottolineare quanto il legame fra i due sia strettissimo e come proprio dal loro mancato rapporto siano scaturiti tutti i guai.
Teatro pieno: il pubblico, divertito ed entusiasta, ha tributato sul finale applausi a profusione a tutti i protagonisti.
Voto:
La recensione di Francesca Bastoni
Tutto su mia madre rinasce in una seconda pelle…. una seconda volta ancora il capolavoro del maestro del mèlo Pedro Almodovar ha conquistato il pubblico del teatro Elfo Puccini
Nella riscrittura teatrale la pellicola , acquista una nuova forza, una sua autonomia creativa. L’adattamento di Samuel Adamson, pur ripercorrendo le tappe fondamentali del dramma- e incrociando i destini dei personagg-i, non si ferma alla mera trasposizione. Gli eventi drammatici innescano azioni e riflessioni dei personaggi. Parole e pensieri vivono senza censura, ma privi di inutile volgarità volano libere come farfalle.
L'elaborazione del lutto
La morte e la perdita vengono rielaborate attraverso la presenza di Esteban. Sorta di conduttore mistico dei fatti.... Virgilio, capace di mediare fra la scena e gli spettatori.
La regia di Leo Muscato si distingue per asciuttezza, l’assenza di inutili sbavature esalta le note liete quanto gli eventi luttuosi comprendendoli in una più complessa e articolata composizione
Ottimo l’ensemble di interpreti. Versatile ed eclettica la presenza dei due attori maschili: (Alberto Fasoli ; Alberto Onofrietti) quanto asciutta ed efficace l’interpretazione del parterre femminile. Complessa Elisabetta Pozzi nel ruolo di Manuela, una Huma Rojo interpretata con sincera passione da Alvia Reale. Sorpresa su tutte è stata l’interpretazione di Eva Robin’s nel ruolo di Agrado-sguaiata al punto da risultare vera. Le parole non si misurano ed ogni cosa e persona è chiamata col proprio nome. Ogni personaggio ha la sua fetta di sfascio e fallimenti, ma anche il suo momento di splendore.
Una particolare di merito va alle scene di Antonio Panzuto e all’illuminotecnica di Verazzi. Creativa e perfettamente riuscita la capacità di trasformare lo spazio scenico, moltiplicandolo infinitamente, come in un complesso di scatole cinesi. Gli applausi scroscianti e le uscite numerose hanno stancito, senza ombra di dubbio, il consenso assoluto e la commossa partecipazione.
Voto:
La recensione di Riccardo Limongi
Non è mai un compito facile, quello di valutare le parti ed il tutto di una operazione derivata come è quella di trarre un testo da una concezione originaria di qualsivoglia diversa natura, sia essa nata da un libro, da un film o da una drammaturgia teatrale: la trasformazione in altra natura sempre all'interno di queste tre comporta sempre, quantomeno, delle inevitabili premesse, ed infatti la stessa produzione, di volta in volta, ci tiene a sottolineare quanto non si sia trattato di un adattamento piuttosto che di una traduzione nel linguaggio nuovo. Trovo perciò sempre opportuno partire da questo punto di riferimento esplicito.
Tutto su mia madre è il capolavoro indimenticato di Almodóvar che nel 2000 gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, oggi riscritto per il teatro da Samuel Adamson e già portato in scena all'Old Vic Theatre di Londra nel 2007.
Prima di aprire il sipario del Teatro Bellini, è essenziale ricordare alcune delle prospettive che ne hanno fatto uno dei migliori film del regista spagnolo; uno sguardo su un mondo nel quale tutto principia e tutto finisce e ricomincia nel segno della metà femminile del cielo, sia essa sotto la forma delle donne-madri-figlie-prostitute-femmine-aspiranti tali, sia perché, soprattutto, si fanno paladine istintuali di un'apologia dell'Accoglienza nella quale mi sembra di poter racchiudere il senso più alto ed ultimo dell'opera.
In questo senso, per inciso, piace ricordare per primo Alberto Fasoli, quantomeno per solidarietà all'uomo per caso, nella pièce curata dal regista Leo Muscato, in quanto unico uomo e protagonista plurimo per Alex, per Stanley, per i vari dottori e per un cliente.
Le donne di Almodóvar, infinite ma tutte infine sempre riconducibili all'Universale Femminino, sono Manuela (una Elisabetta Pozzi capace di trasformarsi in molte diverse donne), che compie per senso di colpa un viaggio a ritroso dopo la perdita del figlio, alla ricerca del padre; Rosa, una suora candida che immolandosi per il prossimo resta incinta, invischiata nelle strane reti di Lola, travestito recidivo che scomparirà come già aveva fatto con Manuela, la madre di Rosa, che solo nel finale si decide a raggiungere anch'essa l'ideale femminile di Almodóvar, Huma (Alvia Reale, forse la più convinta nel suo ruolo), l'attrice involontariamente causa della tragedia di Manuela, lesbica di un amore travagliato per l'attrice dissoluta Nina, ed infine Agrado (Eva Robin's, brava a non eccedere oltre gli eccessi che già le appartengono), figura estrema che racchiude l'estremo centro di tutte loro ed insieme dell'archetipo femminile: il conglobamento del dolore di ognuno e di qualsivoglia natura, nel più ampio e rassicurante mare dell'accettazione, della comprensione, del perdono e della dedizione (“mi chiamano Agrado, perchè per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri”, come nel suo celebre monologo).
Al risentimento ed alla sofferenza, così, viene impedito di trasformarsi in rancore ed odio. Nessuna condanna, nessun giudizio, ed un'atmosfera generale di vita sotto e molto al di sopra del marciapiede che ricorda quella della Città vecchia di Umberto Saba (Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via), la stessa che ispirò Fabrizio De Andrè per la sua omonima poesia-canzone.
Non per nulla, l'unica figura negativa, immatura ed irresponsabile, è quella di colui che donna non è riuscita a diventare, Lola, rimasta col peggio dell'uomo e col peggio della donna insieme, in un corpo indecifrabile, come fosse il fallimento di un obiettivo non raggiunto, quello di essere donna, e non certo in senso fisico (che resta soprattutto simbolico), quanto nel senso delle qualità femminili a cui dovrebbe aspirarsi anche da parte degli uomini.
Se però la scrittura di Adamson non voleva somigliare al film, come espressamente dichiarato, allora bisogna dire che ci somiglia troppo, al film, per alcuni aspetti tecnici, ovvero nell'inseguire i tempi e le pennellate della cinematografia sottraendone alla caratterizzazione tipicamente teatrale.
Efficace è il continuo richiamo al Tram chiamato desiderio di Tennesee Williams fatto rivivere dalla scenografia di Antonio Panzuto con un dietro le quinte da “teatro nel teatro”, ma resta una impressione confusa, soprattutto nella prima parte, con le sue 16 scene interpuntate da 3 monologhi, in cui i tanti quadri che si susseguono ottengono un effetto troppo da soap rispetto alle possibilità offerte dal palcoscenico, e non a caso nella parte riservata al finale si riacquista un senso più specifico, facendo sentire appunto con maggiore convinzione un elemento fondamentale come l'unione delle donne nella concezione di una famiglia vista come intercambiabile.
Di certo, non c'è lo sconvolgimento emozionale del capolavoro di Almodóvar, ed il finale, costruito da Alessandro Verazzi con il verde ed il viola del lutto autoprocurato, che rende tanto quanto l'indugiare sull'intima sensazione di saper seguire le orme dolenti di Federico García Lorca (non solo quello delle più volte citate Nozze di sangue, ma anche per la tonalità complessiva), serve anche per immaginare le potenzialità inespresse, ovvero come avrebbe giovato una scrittura più coraggiosa.
Voto:
La recensione di Francesco Rapaccioni
"Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar (capolavoro di sceneggiatura, regia, montaggio, ambientazione) fu giustamente premiato con l'Oscar, risarcendo il regista del mancato riconoscimento dieci anni prima con "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", giunto secondo dietro l'irripetibile "Pranzo di Babette" tratto da un magistrale racconto di Karen Blixen.
La versione teatrale di Samuel Adamson appare come autonoma, pur mantenendo l'ambientazione nella Spagna del recente passato ed il plot. Elisabetta Pozzi è riuscita a portarla in Italia dall'originale inglese, tradotto in modo calzante da Giovanni Lombardo Radice. Lo spettacolo inevitabilmente si confronta con il film ma, al tempo stesso, se ne discosta in modo significativo, in quanto il testo di Adamson ha un andamento onirico, meno sulfureo e tagliente, più meditato, tratteggiando una storia mentale che si dipana tra flashback, ricordi e pensieri. E se il film era centrato sull'identità e sulle dinamiche dei sentimenti, il testo teatrale, evidenziando maggiormente il meccanismo vero-falso connesso alla recitazione e alla vita, delinea in modo più preciso e convincente quelle stesse dinamiche sentimentali.
Evidente la mano di Leo Muscato per chi ha seguito i suoi precedenti: l'attenzione alla caratterialità dei personaggi, il lungo e meticoloso lavoro con gli attori, i gesti mai gratuiti bensì sempre meditati ed espressione dell'interiorità, il senso di visionarietà onirica alla base dell'allestimento, il presentare ogni essere umano come se fosse in bilico, in fuga da sé stesso, alla ricerca di quel che mai potrà ottenere (in senso quasi cechoviano).
Il regista intreccia con mano felice i tanti fili del testo, gli argomenti che Almodòvar e Adamson impongono all'attenzione dello spettatore. Senza mai scivolare nel dramma o nel melodramma. Muscato propende per un clima rasserenante, per una maggiore intimità tra i personaggi, dovuta non solo alla vicinanza fisica degli spettatori. Il tutto emblematico di una naturalità e spontaneità nei confronti della vita. Le protagoniste sono tutte donne, indubbiamente (gli uomini debbono diventare donne per acquisire una loro individualità). Donne che piangono e ridono, si disperano ma continuano a sognare, a vivere resistendo caparbiamente controvento. Soprattutto comprendono e perdonano sé stesse e gli altri. Percepiscono il risentimento e la sofferenza ma riescono ad impedire loro di incancrenirsi e di trasformarsi in rancore e odio, rendendo impossibile il vivere. Donne che vogliono solo vivere, senza giudizi, senza condanne.
La regia colpisce dal punto di vista iconico, con richiami ai film di Almodòvar (le donne sul divano come nel manifesto di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi") e immagini forti e significative, merito anche di scenografia e luci.
Muscato è abile nel tratteggiare la storia con leggerezza e intensità, calcando meno sugli eccessi e la trasgressione. Ma mantenendo il delinearsi di dolori laceranti, di passioni devastanti e destabilizzanti. Gli amori sono eterni nel cuore ma non nella vita. Le gioie vanno e vengono nel tempo di un respiro. I dolori no, durano un tempo che pare infinito. Si fa fatica a vivere controvento. Si fa fatica a ricominciare quando ti senti bruciare dentro. E continui a bruciare come se fossi abitato dal vento. E quel che trovi è solo cenere.
A teatro è Estaban a raccontare la storia di Manuela: a sipario chiuso e luci accese, il giovane sale sul palco per introdurre la vicenda e per spiegare perchè ha bisogno di sapere tutto sul padre. Il sipario si apre spiazzando gli spettatori, come solo Almodòvar sa fare: quella che pare una scena vera di dolore per la morte di un giovane e la conseguente donazione degli organi è invero uno spot girato in ospedale. Le immagini ingigantite sul fondale mostrano impietosamente i particolari dei volti, delle preoccupazioni, dei dolori, la rugosità della disperazione.
L'atmosfera si alleggerisce a casa di Manuela, l'infermiera interprete del video: è il compleanno del figlio e lei gli ha regalato i biglietti per "Un tram che si chiama desiderio" interpretato da Huma Rojo, attrice che lui ammira. La scena teatrale del Tram è caratterizzata da morbidi veli bianchi che scendono fluttuando dall'alto a creare una intercapedine con la platea; Manuela ed Esteban sono seduti su una gradinata, speculari rispetto agli spettatori grazie a un efficace espediente scenografico che ribalta la prospettiva. Esteban adora Huma al punto da aspettare sotto la pioggia per un autografo. Ma, nel momento in cui la Rojo esce dai camerini e si avvia correndo dietro la sua amante Nina, Esteban fa per seguirla e una macchina lo travolge, uccidendolo. Un lampo accecante. Una vita spezzata, anzi due: Manuela è incredula, allibita, disperata. Di nuovo in ospedale, apparentemente la stessa scena dell'inizio, ma stavolta è realtà: Manuela firma il consenso per l'espianto degli organi di Esteban, suo figlio. E il suono dell'encefalogramma piatto è straziante, toglie il respiro.
La storia prosegue a Barcellona, qualche mese dopo. Ci sono Agrado e suor Rosa, due personaggi molto lontani che si somigliano nell'essere entrambi "ai margini" e per motivi diversissimi, due outliers. Esteban riappare ogni tanto, a raccordare le scene, a ricordare a Manuela passato incancellabile e un vuoto incolmabile, a testimoniare l'andamento onirico del racconto. Le storie si moltiplicano, come fili si intrecciano, dando vita a un tessuto a rilievo. Alcuni cerchi si chiudono: la morte di suor Rosa pone un bimbo in braccio a Manuela, di nuovo un figlio di Lola; la morte di Lola spezza un passato di dolore. Manuela ha una seconda occasione e si chiede: "Quanto tempo ci vuole per dimenticare?" Lasciando la risposta agli spettatori.
Interessante l'intuizione del regista di ambientare il finale, anziché al cimitero, in una camera di ospedale, la stessa in cui muore Rosa: in quel letto muore anche Lola, una Lola che ha le stesse sembianze di Esteban (è lo stesso attore), come a chiudere il cerchio. Come se Esteban non fosse dotato di propria autonomia ma, per Manuela, fosse la proiezione di Lola, un suo duplicato. No solo il figlio, quanto un suo avatar che la aiuta a vivere dopo quell'amore finito, una concretizzazione di quell'amore totale a cui fu costretta a rinunciare e che l'ha obbligata a partire. Estaban diventa così ancora più evidentemente quell'amore la cui presenza diuturna ha giustificato la vita di Manuela, accompagnandola negli anni madrileni. Un amore perduto che ha giustificato una vita. E che, una volta perduto di nuovo, porta Manuela al punto di partenza. Per ricominciare da capo. Ancora una volta.
Rigorosa nelle geometrie ben definite la scenografia di Antonio Panzuto, bellissima; i fondali sono quadri astratti o piuttosto aniconici e cambiano a seconda delle scene, come voltare pagine, connotando in modo non figurativo quanto avviene. Assai efficace la gradinata delle scene ambientate in teatro, che crea un gioco di specularità con lo spettatore e ribalta la prospettiva del palcoscenico, perfetto meccanismo metateatrale che intreccia ancora di più vita e teatro.
I costumi di Gianluca Falaschi datano la messa in scena in modo sobrio, dagli oversize di Manuela ai luccichii piumati di Agrado.
Splendide le luci di Alessandro Verazzi, basate su forti colori primari (arancio, viola, verde) e chiaroscuri che perfettamente rendono l'oniricità del testo.
Il suono, perfetto e curato da Daniele D'Angelo, ha una notevole importanza, sia nei suoni veri e propri presi dalla realtà, sia nelle musiche riadattate ad evocare la Spagna in modo non scontato.
I personaggi almodovariani sono ordinari e, al tempo stesso straordinari, nel senso di extra-ordinari, qui resi con massima cura registica e attoriale. Nelle mani di Muscato prendono una forma interessante.
Elisabetta Pozzi è una straordinaria, intensa Manuela, perfetta nel ruolo. Mentre salivo a Parma, leggevo "Controvento" di Angeles Caso e Manuela mi ha ricordato la protagonista, convinta che nulla la possa fermare ma la minaccia, del tutto inaspettata e proveniente dal terreno insidioso dell'amore, la costringe a ricominciare da capo. La Pozzi è emozionante nel rendere l'umanità e la carica emotiva di Manuela, nel toccare le corde del dolore e della gioia, nel districarsi tra ricordi e speranze.
Alvia Reale è una aristocratica e innamorata Huma; Eva Robin's un umanissimo e divertente Agrado, mai sopra le righe; Paola Di Meglio la madre di Rosa dal fisico insugherito; Silvia Giulia Mendola una petulante Suor Rosa; Giovanna Mangiù una schizzata e indisponente Nina; Alberto Onofrietti un convincente Esteban e una commovente Lola; Alberto Fasoli interpreta in modo appropriato e camaleontico tutti i ruoli maschili.
Dopo la presenza dominante di Tennessee Williams, nel finale spicca Garcìa Lorca, la passione travolgente e insopprimibile, incoercibile di "Nozze di sangue". Il sipario si chiude sul dubbio di quanto tempo ci voglia per dimenticare oppure per ricominciare. Personalmente non ho mai capito se sia più dura non raggiungere mai la felicità o conoscerla per un momento e poi perderla. Io credo piuttosto che, alla fine, resti quel poco che deve restare.
Voto:
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