CARMINA BURANA
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Genere:
danza/balletto
Autore:
Musiche di Karl Orff, Caracciolo, A. Vivaldi
Regia:
Mauro Astolfi
Compagnia/Produzione:
Spellbound Dance Company
Cast:
con Alessandra Chirulli, Fabrizio Clemente, Maria Cossu, Gianmaria Giuliattini, Nicholas Poggiali, Marianna Ombrosi, Silvia Rizzo, Sofia Barbiero, Francesco Gammino, Eva Grieco - Coreografie di Mauro Astolfi al Teatro dei Templi di Paestum Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diMaria Cuono Maria Cuono Dove
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LE RECENSIONILa recensione di Alessandro Paesano
Torna in scena, al Teatro Cassia di Roma la coreografia di Mauro Astolfi Carmina Burana allestita per la prima volta nel 2006 e che da allora gira instancabilmente per tutta Italia. Astolfi si avvicina alla musica di Karl Orff con il desiderio di reinterpretare dei canti che sempre hanno conquistato una propria autonoma dignità teatrale in sede concertistica per la loro dirompente vitalità e ritmo. La danza testimonia e cerca di fondere la sua forza narrativa con quella della musica come a riunire e a completare lo spirito dei Carmina come scrive sul sito della Spellbound Dance Company da lui diretta. Un'idea interessante, sia per sviluppare delle soluzioni coreografiche che siano all'altezza della complessità dinamica della cantata scenica di Orff, sia per riprendere i temi originali dei testi (provenienti dalla Germania del XIII secolo) che affrontano vari argomenti, sacri e profani. Il risultato è però molto deludente nonostante Astolfi abbia la fortuna di lavorare con dei danzatori e delle danzatrici abilissimi, capaci di muoversi a una velocità tale da poter tenere passo ai ritmi della musica di Orff, e nonostante Astolfi sia abbastanza visionario da costruire dei complessi movimenti coreografici di gruppo che somigliano a vere e proprie ...macchine da danza, costituite solo coi corpi delle danzatrici e dei danzatori. Astolfi, ancora, sa impiegare scenografie in maniera esemplare trasformando un grande tavolo in parete di legno, sul quale ballerine e ballerini si muovono, orizzontalmente e verticalmente, impiegando un enorme armadio come scena nella scena, dal quale, aprendosi e chiudendosi, escono ed entrano personaggi danzanti. Sono tra i momenti migliori e le parti più riuscite dell'intera coreografia. La prima, e più grande, delusione nasce dal fatto che, nonostante lo spettacolo si intitoli Carmina Burana pochi brani di Orff vengono impiegati nella coreografia, il resto sono brani tratti da Vivaldi (Dixit Dominus) e dalle musiche pseudomozartiane di V. Caracciolo. Il contrasto non potrebbe essere dei peggiori. Cosa c'entrano le musiche altezzose di Caracciolo con il forte dinamismo di Orff? Come possono amalgamarsi 1700 con il Novecento? Così mentre nelle parti di Orff la coreografia prende il volo e mostra tutta l'abilità del corpo di danza, in quelle costruite sulle musiche di Caracciolo, sviluppate su passi a due o a quattro, che mostrano fasi di corteggiamento (ripetute innumerevoli volte, fino alla noia) Astolfi cade nell'ovvietà, culturale e coreografica, rasentando il maschilismo. Sono sempre i ragazzi a corteggiare le ragazze, anche due tre ragazzi sulla stessa ragazza, con movimenti più affettati che gioiosi (in piena sintonia con la musica), dove la donna è sempre passiva (è lei la corteggiata) e gli uomini sempre maschilisticamente pappagalli: si competono le ragazze come iene la preda, incitandosi l'una l'altro, arrivando quasi allo stupro (anticipato in una scena non molto chiara all'inizio...) continuando a concupire le ragazze anche di fronte a un loro lampante diniego. Questo approccio tradizionale (perché non due o tre ragazze che concupiscono loro uno stesso ragazzo?) non è giustificato dal testo dei Carmina Burana che inneggia alla libertà sessuale e consiglia alle donne di godere dei piaceri del corpo. Nel programma di sala si scomodano i Clerici vagantes che certo non andavano a dormire nei bordelli e non facevano vita in comune con le donne. Per cui anche se i costumi e le scene ricordano che siamo nel medioevo l'ideologia dei sessi è quella nostra contemporanea, nella sua versione più conservatrice e maschilista. I ballerini portano le ballerine e tra gli uni e le altre c'è la classica divisione di ruoli basata sul sesso, quando la ricerca coreografica contemporanea come quella, per rimanere in Italia, di Caterina Sagna e Dino Verga, che riscrive i ruoli di chi porta chi basandoli non più sul sesso di appartenenza del danzatore ma sulla necessità coreografica del momento. Invece Astolfi è talmente maschilista che non vede questa potenzialità nella sua coreografia anche quando è palese: in diverse scene del corteggiamento di più ballerini sulla stessa ballerina i ragazzi si trovano quasi a contatto fisico eppure non sviluppano mai insieme un movimento coreutico rivolgendosi sempre e solo alla controparte femminile, ben diversamente da quel che, si può presumere senza tema di sbagliare, possa succedere in un'orgia come quella malamente delineata verso la fine della coreografia. Non di vera orgia si tratta ma affettatezza da damerini incipriati che poco ha a che fare con Orff e i Carmina Burana. Un vero peccato soprattutto nei confronti del corpo di danza che è veramente notevole e meritava una coreografia alla sua altezza, una coreografia che rispettasse lo spirito del testo approcciato e, anche, le aspettative del pubblico che è giunto a teatro credendo di assistere ai Carmina Burana in danza e si è trovato dinanzi un imbarazzante siparietto mozartiano maschilista e rétro. Voto:
La recensione di Maria Vittoria Smaldone
Quanto più è oppressa e sacrificata tanto più la natura umana scalpita, si ribella, e desidera trasgredire. Stupri, passioni, sesso e ed eccessi si consumano in orizzonte cupo frastagliato di croci e intriso di incenso. I Carmina Burana, canti poetici in greco e latino, composti nel medioevo, e in seguito musicati dal tedesco Karl Off, rievocano l’atmosfera di quell'epoca cupa in cui il corpo, peccaminoso poiché foriero di insane pulsioni, veniva mortificato a favore dell’anima, e dunque l’uomo utilizzava la poesia, il canto per dare voce alle sue passioni. Quale forma d’arte , allora, poteva rappresentare lo spirito dei carmina meglio della danza? Attraverso i corpi che scivolano su stessi, si intrecciano e si lasciano trascinare dalla musica dionisiaca, lo spirito di svelamento di questi stupendi canti emerge in tutta la sua forza e la sua ieraticità. La licenziosità dei Carmina, la ricerca della libertà , rivivono sulla scena grazie alle splendide coreografie di Mauro Astolfi, coreografo e regista, della compagnia Spellbound dance. Si comincia con un combattimento tra uomini e donne in un bosco; le donne-crociate cercano nella tempesta qualcosa, o qualcuno, rischiarando il buio con delle lanterne, una parodia della parabola evangelica delle vergini, che vengono colte di sorpresa dagli uomini i quali, come degli irriverenti Tommaso Landolfi nel racconto Maria Giuseppa, le sconsacrano violentandole. Di qui è un crescendo di amore e morte, lotte e carezze, sino al quadretto della taverna, dove senza alcun pudore signore e signori posseduti completamente da Dioniso si tramutano in baccanti e cerberi urlanti. Uno spettacolo surreale, Carmina Burana, trasporta lo spettatore in un’altra dimensione, l'altro oscuro della sua psiche, in cui ciascuno abdica alla razionalità, alle dettami della morale, e si riconciliava con la sua animalità. Belli anche i costumi, ottima la regia e bravissimo il giovane corpo di ballo.
Voto:
La recensione di Maria Vittoria Smaldone
Quanto più è oppressa e sacrificata tanto più la natura umana scalpita, si ribella, e desidera trasgredire. Stupri, passioni, sesso e ed eccessi si consumano in orizzonte cupo frastagliato di croci e intriso di incenso. I Carmina burana, canti poetici in greco e latino, composti nel medioevo, e in seguito musicati dal tedesco Karl Off, rievocano l’atmosfera di quell'epoca cupa in cui il corpo, peccaminoso poiché foriero di insane pulsioni, veniva mortificato a favore dell’anima, e dunque l’uomo utilizzava la poesia, il canto per dare voce alle sue passioni. Quale forma d’arte , allora, poteva rappresentare lo spirito dei carmina meglio della danza? Attraverso i corpi che scivolano su stessi, si intrecciano e si lasciano trascinare dalla musica dionisiaca, lo spirito di svelamento di questi stupendi canti emerge in tutta la sua forza e la sua ieraticità. La licenziosità dei Carmina, la ricerca della libertà , rivivono sulla scena grazie alle splendide coreografie di Mauro Astolfi, coreografo e regista, della compagnia Spellbound dance. Si comincia con un combattimento tra uomini e donne in un bosco; le donne-crociate cercano nella tempesta qualcosa, o qualcuno, rischiarando il buio con delle lanterne, chiaro il riferimento alla parabola evangelica delle vergini, ma vengono colte di sorpresa dagli uomini che come degli irriverenti Tommaso Landolfi nel racconto Maria Giuseppa, le sconsacrano violentandole. Di qui è un crescendo di amore e morte, lotte e carezze, sino al quadretto della taverna, dove senza alcun pudore signore e signori posseduti completamente da Dioniso si tramutano in baccanti e cerberi urlanti. Uno spettacolo surreale, Carmina Burana, trasporta lo spettatore in un’altra dimensione, in cui all’ombra di grandi cattedrali, nell’oscuro della sua anima l’uomo abdicava alla razionalità, alle virtù e alla morale cattolica e si riconciliava con la sua animalità. Belli anche i costumi, ottima la regia e bravissimo il giovane corpo di ballo.
Voto:
La recensione di Francesca Ferrara
La compagnia di Mauro Astolfi ha sposato, in una rilettura contemporanea, i testi poetici contenuti in un importante manoscritto del XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis, proveniente dal convento di Benediktbeuern e attualmente custodito nella Biblioteca Nazionale di Monaco di Baviera. Il termine Carmina Burana è stato introdotto dallo studioso Johann Andreas Schmeller nel 1847, in occasione della prima pubblicazione del manoscritto. Tale codice comprende 315 componimenti poetici su 112 fogli di pergamena decorati con miniature destinati al canto, ma gli amanuensi autori non riportarono la musica di tutti i carmi, cosicché si può ricostruire l'andamento melodico solo di 47 di essi. Nel 1937, il compositore tedesco Carl Orff musicò alcuni brani dei Carmina Burana, realizzando un'opera con lo stesso nome per orchestra, coro e tre solisti. Orff scelse di comporre una musica nuova, sebbene nel manoscritto originale fosse contenuta una traccia musicale per alcuni dei brani. A questa rielaborazione del pentagramma nella ballet version di Mauro Astolfi vengono aggiunte anche le musiche di Caracciolo e Vivaldi. Sotto la coreografia delle luci di Marco Policastro scivolano nello spazio dieci danzatori: Alessandra Chirulli, Fabrizio Clemente, Maria Cossu, Gianmaria Giuliattini, Nicholas Poggiali, Marianna Ombrosi, Silvia Rizzo, Sofia Barbiero, Francesco Gammino, Eva Grieco che al pubblico appaiono come fluide linee che volteggiano con estrema leggerezza nello spazio, quasi in assenza di gravità, capaci di comporre qualsiasi geometria ed illusione ottica. La coreografia ideata da Mauro Astolfi è il risultato di una continua ricerca sui nuovi linguaggi del corpo derivati da una contaminazione di vari stili e tecniche. I corpi dei ballerini sono matite, compassi, sfere, squadre atte a tratteggiare nello spazio nuovi perimetri, contorni, luoghi da riempire con i loro stessi corpi vestisti da Ferrone e Halfon. Non è un caso che il balletto rientri nella rassegna Danza d’Autore realizzata dal CDTM – Circuito Campano della Danza per la direzione artistica di Mario Crasto De Stefano, proprio per il suo continuo scavare nella sperimentazione delle tecniche e la creazione di nuovi stili. I versi esaltano il piacere del vino, la taverna, l’amore popolare ed ingenuo, la natura; altri, al contrario, condannano la dissolutezza del clero del tempo o incoraggiano le fanciulle a godere del piacere dei sensi; e ancota i “canti crociati” espressione dei violenti attacchi alla corruzione di allora e alla avidità di denaro. In questo contesto s’inserisce la danza nel tentativo di fondere la sua forza narrativa con quella della musica mirando a riunire e completare lo spirito originario dei Canti. Il tutto si muove sullo sfondo di un linguaggio scenografico minimalista ed essenziale: l’arte povera va in scena: due tavoli lunghi ed un grande armadio sono l’arredamento messo in scena di Stefano Mazzola. I corpi dei ballerini entrano ed escono da questi luoghi fisici e dagli spazi che essi stessi creano sul palcoscenico Frammenti, immagini, suggestioni, visioni, dal pentagramma al palcoscenico attraversano la storia, i valori, i piaceri della vita nell’espressione corporea di un’attualità che non tramonta mai.
Napoli, Teatro Delle Palme - 5 Marzo 2007 Voto:
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