ITIS GALILEO

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In collaborazione con
Teatro.Org


Autore: 
Francesco Niccolini e Marco Paolini
Regia: 
Marco Paolini
Compagnia/Produzione: 
Jolefilm
Cast: 
Marco Paolini

Sinossi


ITIS Galileo nasce da alcune domande e riflessioni intorno a Galileo e Copernico e al mondo in cui hanno vissuto. È l'occasione per ragionare di scienza mal digerita sui banchi di scuola, di argomenti ben portati da filosofi, maghi, preti e scienziati circa il modo di immaginare l'universo, di spiegare l'attrito e di far l'oroscopo. Galileo Galilei e gli altri: Claudio Tolomeo e Niccolò Copernico,Tycho Brahe e Giovanni Keplero, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, Gneo Giulio Agricola e Andrea Vesalio.

Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

Dove

Della Corte

Stagione
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o
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repliche
al momento

via E.F. Duca d'Aosta - Genova (GE)
Tel: 010 53421 - 5702473



LE RECENSIONI


La recensione di Damiano Verda


Galileo fu processato e costretto all’abiura dalla Chiesa romana all’età di 69 anni. La vita media, nel XVII secolo, si aggirava intorno ai quaranta. Lo scienziato, da tempo, era ormai divenuto cieco. Un uomo finito, dunque, pensarono gli inquisitori. Si decise perciò di non imprigionarlo, mitigando nei fatti la condanna e trasformandola in un soggiorno coatto presso la residenza del Granduca di Toscana prima, dell’arcivescovo di Siena poi.



Galileo Galilei, ci ricorda Marco Paolini in un monologo da antologia, non ha il temperamento di Giordano Bruno. Abiura, rinuncia alla libertà della propria voce per aver salva la vita. Non disdegna le ricchezze materiali e trae il massimo profitto dalla sua scoperta di maggior successo, il cannocchiale. Iscritto prima a medicina, poi a matematica, non conseguirà mai la laurea. Facendosi beffe degli altri accademici del suo tempo, sarà lo scienziato più importante e famoso d’Europa.



Galileo abiura, ma non è affatto un uomo finito. Nei nove anni che gli restano, con l’aiuto di assistenti che possano svolgere esperimenti sotto la sua guida, completa le ricerche che in precedenza, per inseguire obiettivi più pressanti, era stato costretto a interrompere. A 74 anni, nel 1638, pubblica in Olanda (aggirando la censura) “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze”, indiscutibile base della scienza moderna: testo di riferimento insostituibile per Newton, per Einstein.



Paolini sceglie una scenografia dinamica, un racconto dinamico, inframezzato da diverse (e splendide) battute di spirito, per narrare la storia di un uomo dinamico. Un uomo che non sceglie la morte per affermare le sue idee, ma spende tutto se stesso per affidare ogni scoperta, ogni teoria, alle pagine di un libro, raccontando, minuziosamente, come è giunto alle conclusioni indicate. Galileo è il primo scienziato nella storia che offre ai lettori tutti gli strumenti necessari per smentirlo. Anzi quasi li invita a farlo, descrivendo ogni dettaglio non solo sulla tesi in esame, ma su come è stata formulata e verificata.



Una rivoluzione. La rivoluzione di un uomo calmo, amante della vita, inguaribilmente curioso. Galileo, ricorda Paolini, con la sua intera esistenza pare sussurrare, ancor oggi, ogni giorno, che le migliori idee non nascono da una risposta brillante, ma da una domanda inevasa. E se le domande inevase si moltiplicano, è necessario trovare il modo di mettersi in marcia, armati dei propri dubbi, verso nuovi strumenti di indagine e di comprensione.



Voto: Voto del Redattore: Damiano Verda


La recensione di Federica Falgari


Uno spettacolo che inizia con UN MINUTO DI RIVOLUZIONE. Indica il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole. In realtà è un invito al pubblico a ribellarsi, a urlare, a non stare seduto immobile ad ascoltare come di consueto. Un invito a ragionare. A cogliere le provocazioni dell'artista e i continui rimandi e parallelismi con il mondo contemporaneo. Si assiste a una vera e propria lezione di astronomia, storia, fisica, matematica, filosofia. Attraverso la ricostruzione precisa e dettagliata della vita e delle scoperte di quel genio che fu “quell'italiano che ha il nome uguale al cognome” Paolini ci porta a capire quanto importante sia stato il carattere deciso curioso e ribelle di Galileo. Una curiosità che lo ha portato a sfidare anni e anni di storia, teorie consolidate e affermate, un'ostinazione che lo ha portato a sfidare la Chiesa in un periodo in cui non si esitava a bruciare streghe ed eretici. Ritenuto il primo precario nella storia della scuola italiana, anche da vecchio e cieco ha continuato a studiare e ricercare per affermare quelle teorie a noi oggi note. 130 minuti di spettacolo, travolgente e coinvolgente, per invitarci a ragionare, a non stare seduti comodi al nostro posto ma a pensare, a guardare oltre. A dare importanza all'errore e al dubbio.



Voto: Voto del Redattore: Federica Falgari


La recensione di Simone Manfredini


Un Paolini scoppiettante e in gran forma quello andato in scena al Ponchielli di Cremona con il suo ITIS Galileo: si tratta di uno spettacolo che vuole essere più un dialogo col pubblico che un monologo, una sorta di lezione interattiva in cui lo spettatore viene attratto e coinvolto, un percorso volutamente non lineare attraverso la vita di un grande scienziato del passato che l'attore mira ad attualizzare e a rendere quasi emblema universale dell'essere umano il quale, a dispetto di quanti gli si oppongono perché ingabbiati in convenzioni di ogni tipo, non rinuncia a pensare con la propria testa.



Molte sono le interpretazioni della figura di Galileo: di lui in genere viene sottolineato lo scontro che egli ebbe con la Curia romana, quasi a tracciare un'insanabile quanto irrealistica dicotomia fra fede e scienza. Per Paolini, invece, questo fiorentino prudente, diviso per gran parte della vita fra ciò noi oggi chiamiamo astronomia e astrologia, è soprattutto il padre della modernità con tutte le sue contraddizioni che vanno dalla passione per il sapere scientifico fino a quella forma serpeggiante di superstizione, a noi tutti ben nota, impossibile da arrestare anche alle soglie del terzo millennio.



Due ore e dieci minuti, tanto dura lo spettacolo, durante le quali non è possibile distrarsi e in cui viene tracciato un quadro complessivo di tutto il Seicento e della sua weltanschauung, partendo l'aristotelismo tomistico dell'accademia, passando attraverso le visioni tolemaica e copernicana del mondo per citare poi Keplero, Bruno, Campanella e Shakespeare che resero grande quel secolo.



La scena è scarna, solo una grossa mina appesa al soffitto a ricordare contemporaneamente sia gli studi eseguiti da Galileo sul pendolo, sia il fatto che alcune idee sono come mine vaganti, pronte in un minuto ad attuare una “rivoluzione” ben maggiore di quella rappresentata dai milleottocento chilometri percorsi dalla terra attorno al sole nel medesimo lasso di tempo.



Sul palcoscenico Paolini cambia spesso registro linguistico, rievoca ambientazioni diverse, recita Shakespeare in dialetto veneto, mette in scena un passo de Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo quasi fosse una pièce teatrale, stupisce, ma fa riflettere, perché è facile deridere le teorie quando sono passate di moda, il difficile è metterle in discussione quando ci si vive dentro.



Voto: Voto del Redattore: Simone Manfredini


La recensione di Valentina Vitale


La cosa difficile è mettere in discussione le teorie quando ci si vive dentro. Facile è invece deriderle quando sono ormai passate di moda. Ma quando tutti intorno agiscono in conformità a un modus operandi, quando tutti intorno accettano che una determinata cosa sia reale, quando tutti pensano allo stesso modo, occorre grande coraggio e tenacia per affrontarli. E si diventa fragili. Più si è innovativi più si è fragili.

E Galileo Galilei, fu così. Quel tizio, dai suoi contemporanei conosciuto come un tecnico che aveva il nome uguale al cognome,  per noi oggi rappresenta la “resistenza del pensiero”, la resistenza all’oscurantismo di chi si oppone al pensiero, e la resistenza al tempo che indurisce il pensiero perché è molto difficile mettere costantemente in discussione il proprio lavoro, anche quando la vecchiaia ormai avanza e la cecità oscura il cielo.



Ma Galileo riesce a non smettere di usare il cervello, e si può comprendere come ci riesca, solo dopo averlo incontrato, come è accaduto a me al Teatro Argentina. Non è uno spettacolo, ma un faccia a faccia tra Galileo e il pubblico, al quale il grande tecnico, poi scienziato e per scelta filosofo, spiega tutto il suo percorso: le sue difficoltà, la sua insistenza, le sue sconfitte, le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue rese e le sue soddisfazioni. 



Marco Paolini, alla composizione e alla resa scenica di ITIS (cioè istituto tecnico industriale) Galileo, spettacolo scritto con Francesco Niccolini, indossa i panni di Galileo e, come il maestro che tutti noi avremmo voluto ai tempi della scuola per capire davvero la scienza, induce a ragionare sul confronto tra ragione e superstizione. Ovvero ragione e fede nel mondo di ieri, ragione e, forse, economia nel mondo di oggi. Un excursus tra passato e presente, un disegno di epoche distanti nel tempo ma per certi aspetti non così diverse alla nostra contraddittoria realtà.



Due sono i regali che il grande narratore fa al suo pubblico.

“Un minuto di rivoluzione”, 1800 chilometri, il giro che fa la Terra attorno al Sole, un giro per urlare un elenco, ora che gli elenchi vanno tanto di moda, di contro: contro la dottrina imposta, contro la perdita di senso critico e storico, contro il sopore delle coscienze, contro l’assenza delle qualità inventive, contro il primato della religione accecata.

Un momento di alta Commedia dell’Arte, una preziosa e intelligente traduzione in veneto di alcuni versi dell’ “Amleto” di Shakespeare, illustre contemporaneo dello scienziato pisano.



Trascorrono così due ore avvincenti attraverso la storia dell’astronomia e il mondo della fisica tra Cinquecento e Seicento, i progressi della scienza e del pensiero filosofico da Aristotele a Copernico, e senza accorgersene il pubblico esce con delle nozioni che resteranno impresse nella mente come mai, e non ne ho dubbi, una lezione scolastica è riuscita a fare.



 



 



Voto: Voto del Redattore: Valentina Vitale


La recensione di Valentina Dall'Ara


È andato in scena dal 23 al 26 marzo nel gremito Teatro Goldoni di Venezia, il nuovo spettacolo di Marco Paolini, ITIS Galileo, ideato con la collaborazione di Francesco Niccolini e prodotto da Jolefilm.



Si tratta di teatro di narrazione, genere al quale Paolini ha ormai abituato il suo pubblico, ma, questa volta, più che ad uno spettacolo vero e proprio ci si trova ad assistere ad una sorta di teatro didattico o lezione aperta sulla vita del grande scienziato Galileo Galilei ed il suo secolo, il Seicento; già il titolo, infatti, fa da monito: è uno spettacolo che vuole impegnare per due ore lo spettatore, proiettandolo virtualmente di nuovo sui banchi di scuola ed invitandolo a prestare massima attenzione perché, in un malaugurato caso di  distrazione, potrebbe perdere il filo del discorso… e non si sa mai che, proprio in quel momento, il “prof.” Paolini possa pure “interrogare”, come è successo ad un simpatico signore seduto nelle prime file che si è lasciato coinvolgere nella lettura dei testi scientifici proposti.



Lo spettacolo non tratta solo della figura di Galileo ma racconta e descrive un panorama di teorie e intuizioni molto più complesso: si parte da Aristotele e da Platone, si arriva a Tolomeo e Copernico, Brahe e Keplero, ma in questa storia sono citati in causa anche Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Colombo e Shakespeare (di cui l’attore recita alcuni versi dell’Amleto tradotti in dialetto veneto!) in un continuo gioco di rimandi, forse un po’ troppo intricato per essere seguito interamente e con attenzione costante.



La scena è semplice,  al centro del palco viene calata una grossa mina stile subacquea: “ci sono idee che sono mine vaganti”, dice Paolini spiegandone il significato. Per terra, nascosta nell’ombra del proscenio, attira l’attenzione anche una maschera di commedia dell’arte che diventerà protagonista verso metà dello spettacolo: l’attore la indossa e si cimenta in un temerario tentativo di recitazione de Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, datato 1632, in stile commedia dell’arte, ripensando idealmente i filosofi dialoganti come due zanni che altro non fanno che “menarsi filosoficamente”.  Il Dialogo, per Paolini, è il più potente canovaccio mai stato scritto e come tale quindi andrebbe letto ed interpretato.



Paolini guarda con ammirazione alla figura di Galileo, padre della modernità; con le sue teorie, le sue scoperte e la sua stessa vita fatta di luci ed ombre, come l’abiura del 1663, rivoluziona il pensiero ed il mondo intero, restando modello ancora oggi valido.



Paolini accompagna lo spettatore in questo complicato viaggio nella storia attraverso la filosofia, l’astrologia, la scienza, la fisica, la letteratura e la magia con la tipica abilità narrativa che lo contraddistingue; in questa occasione, però, preferisce evitare la forma del monologo: con il pubblico, chiamandolo costantemente in causa, instaura un personalissimo dialogo non sempre, necessariamente, sui massimi sistemi.



Voto: Voto del Redattore: Valentina Dall'Ara

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