KARAMAZOV

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In collaborazione con
Teatro.Org


Genere: 
drammatico
Autore: 
César Brie da F. Dostoevskij
Regia: 
César Brie
Compagnia/Produzione: 
Emilia Romagna Teatro Fondazione

Sinossi


Secondo Brie l’ultimo romanzo di Dostoevskij, finito qualche mese prima della morte, esprime la summa dei temi che hanno ossessionato lo scrittore russo: la fede, il vizio, l’amore, la passione, e la giustizia. Il romanzo č anche una critica a fondamentalismi religiosi, sette, socialismo e capitalismo, dei quali anticipa orrori e fallimento. Una risata amara sull’idiozia e sulla follia umana. Secondo le parole di Brie, ogni personaggio di questo romanzo rappresenta i paradigmi dell’animo umano. Nel suo adattamento teatrale Brie porta in scena il grandissimo lascito etico, morale e spirituale de I fratelli Karamazov, facendone cosě emergere le aspre tematiche sociali.

Date repliche a cura di
Compagnia del Sole
Scheda spettacolo a cura di
Compagnia del Sole

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Tel: 059 301880



LE RECENSIONI


La recensione di Maria Renda


 



Come realizzare, a partire da un cupo romanziere russo, un’opera profonda, curata, colta eppure viva, stratificata, non solo estetica ma fondata su contenuti forti, mantenendo la leggerezza di un allegro e scomposto baraccone?

 



Tutto questo è I fratelli Karamazov di Cesar Brie, realizzato dal regista argentino, grazie al sostegno produttivo dell’Emilia Romagna Teatro e con un cast artistico di giovani attori, come esito del laboratorio “Cantiere Brie”, il percorso di professionalizzazione diretto da lui l’anno scorso.

 



Se drammaturgia è inventarsi le regole del gioco, il gioco di questo autore è tale che, nella sua complessità, può essere utile fissare alcune parole chiave.

 



1.  La Soglia. Mimesi e narrazione si alternano a scoprire la trama fitta del romanzo dei fratelli Karamazov; Come da note di regia, gli attori entrano ed escono dai due registri: è quel “passaggio di soglia” che - scrive Brie - “rilassa gli attori”. Questo passaggio genera talvolta una qualità di presenza mista, che non è del tutto straniata ma nemmeno immedesimata: è raccontare e nello stesso tempo vivere. Qualità che, oltre ad arricchire il lavoro dei giovani interpreti, aiuta nell’orchestrazione di una vicenda complessa, passibile di accelerazioni, rallentamenti, excursus necessari alla presentazione dei personaggi.                                                                                                               La variazione di registro, oltre ad avere una funzione narrativa, è anche un elemento di attrazione rispetto al pubblico e gioca un ruolo notevole rispetto alla leggerezza del lavoro nel suo insieme.

Una variazione ulteriore si ha quando gli attori, nel dialogo o nel racconto, agiscono come burattini, rafforzando la chiave epico - favolistica del lavoro. Questo divertito utilizzo di registri differenti nella recitazione ci riporta ad un'altra parola chiave:

 



2. La Contaminazione. La stratificazione del lavoro di Cesar Brie sarebbe il divertimento di un appassionato di filologia teatrale: tante sono le componenti di linguaggio che questo ricchissimo autore utilizza e padroneggia. Dall’essenza laboratoriale dell’Odin Teatret al teatro di parola, ancora al teatro di figura (o è riferimento kantoriano?), con sensibilità sempre viva rispetto al testo e cura e rispetto alla parola detta. L’eterogeneità del linguaggio riflette quella del romanzo di Dostoevskij. La cifra scenografica conferma la sensibilità della regia per

 



3. Le Relazioni Spaziali Con Valore Significante. Le lunghissime briglie con cui Dimitri frusta il cavallo sono un riverbero sintetico efficace della sua condizione esistenziale, oltre a generare un’immagine forte di per sé. Come già nell’Odissea, alcuni elementi scenografici si prestano anche a generare una dimensione simbolica, che vive insieme con quella concreta e non lascia predominare l’estetica sulla

 



4. Sostanza narrativa. Al di là dell’intensa storia dostoevskijana, c’è un inciso, peraltro breve e marginale rispetto alla vicenda principale della famiglia Karamazov, che Brie mette in rilievo, e che inaspettatamente per lo spettatore, assume la forza delle immagini archetipiche. Quando, nella seconda parte, il ragazzo povero difende il padre ingiustamente maltrattato, questo episodio, per niente sovraccaricato né nella durata né nell’interpretazione, ma davvero autentico e diretto, conquista il centro della parabola drammaturgica, e con questa una forza centrifuga che illumina con la sua chiave di lettura tutta la vicenda.

 



Perché? Può essere interessante chiedersi se questo frammento, che risolto diversamente avrebbe rischiato l’eccesso di sentimentalismo, non abbia a che fare con l’intuizione principale della regia rispetto al testo ed all’autore. E in particolare, con quel senso originale della sofferenza come valore, non solo edificante, che appartiene a Dostoevskij: o meglio, quel senso umano di pietà ed ammirazione, che l’autore associa in modo non manifesto agli atti di nobiltà dei più deboli. Per citare Flaiano, “Come un vero intellettuale: egoista ma pieno di pietà.".

 



Voto: Voto del Redattore: Maria Renda


La recensione di Alessandra Burattin


“Dire il vero tramite il bello non bastava. Dovevamo rischiare, andare sulla soglia, utilizzare ambiguità, crudeltà, rabbia, ironia e contaminazione come risorse artistiche atte a svelare il male e il dolore” sono queste alcune parole contenute nelle note di regia che introducono alla visione dello spettacolo di César Brie, Karamazov andato in scena sabato 25 febbraio al Teatro Astra di Vicenza, suscitando un grande apprezzamento tra il pubblico.

Questo raffinato adattamento del romanzo di Dostoevskij esplora le anime umane, le situazioni intime della vita, portando così gli attori ad interpretare degli stati d’animo, come la passione, l’istinto, la ragione, l’egoismo o il dubbio, piuttosto che dei veri e proprio personaggi. Gli attori sono già in scena e vi resteranno per tutta la durata della rappresentazione, mentre i loro gesti, i movimenti e la musica suonata dal vivo con un piano e a turno, costruiscono immagini forti e piene di umanità.

Come spiega lo stesso regista “ogni giorno creavamo immagini, spingevo gli attori a fare poesia col proprio corpo, collegando azioni a testi che poi avremmo elaborato. Insegnavo loro a non descrivere, ma a svelare”. Ed è proprio questa poesia del corpo che colpisce lo spettatore, più delle parole, sono le azioni che svelano e rivelano il senso profondo del testo, il male e il dolore.

Colpisce poi la grande abilità dei giovani attori, immersi in una scenografia povera ma ricca di spunti per i loro movimenti e dalla quale emergono i tre bambini pupazzi, simbolo di una infanzia dolorosa e vero significato del testo.

In scena: Pietro Traldi, Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Manuela De Meo, Giacomo Ferraù, Vincenzo Occhionero, Adalgisa Vavassori, la costumista Mia Fabbri e il regista César Brie.

 



Voto: Voto del Redattore: Alessandra Burattin

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