IL MALATO IMMAGINARIO

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In collaborazione con
Teatro.Org


Genere: 
commedia
Autore: 
Molière
Regia: 
Marco Bernardi
Compagnia/Produzione: 
Teatro Stabile di Bolzano
Cast: 
Paolo Bonacelli, Patrizia Milani, Carlo Simoni

Sinossi


Il malato immaginario è l'ultimo grande capolavoro comico di Molière. Una farsa all'antica, colma di eccellenti spunti comici, in cui però alcuni strani elementi di verosimiglianza permettono di ipotizzare un certo mondo concreto o - se si preferisce - una certa visione del mondo. La farsa è quella che Molière, primo attore del re, uomo di mestiere, ha ideato e scritto per il divertimento e per la digestione del suo sovrano; la visione del mondo (che mai il poeta riesce a nascondere, neppure nell'opera di più disincantato mestiere) è quella di un uomo che ha smarrito nelle delusioni della vita la fiducia in se stesso e nei propri simili, e la stessa voglia di vivere. Ma questi tre atti, al di là della loro sostanza satirico-farsesca, dispiegano anche un alone onirico. I personaggi e gli accadimenti si confondono fino a diventare i sogni del Malato.

Date repliche a cura di
giuliano mangano IL VOLTO DI VELLUTO
Scheda spettacolo a cura di
giuliano mangano IL VOLTO DI VELLUTO

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LE RECENSIONI


La recensione di Federica Falgari


Il sipario si apre. Davanti a noi la stanza da letto di Argante, IL MALATO IMMAGINARIO, probabilmente il più grande ipocondriaco della storia della drammaturgia europea. Una scena essenziale, unica ambientazione di tutte le vicende della commedia. La poltrona del padrone di casa, un paravento, una scrivania e delle boccette di medicine e intrugli vari a fare da sfondo. E a sottolineare continuamente il peso e il valore attribuiti alla Medicina in questa commedia.





Perennemente seduto sulla sedia al centro della scena, il suo trono, in sottoveste bianca e vestaglia rossa, Argante (uno straordinario Paolo Bonacelli) si alza solo per andare al bagno. Sedia che è anche il seggiolone di un bambino spaesato che sbiascica anziché parlare e che si lascia abbindolare da tutti, soprattutto dalla moglie. Sedia che è perno dell'intero svolgersi della vicenda, capezzale del protagonista, testimone di falsità e ipocrisie che lo circondano.





La storia è quella di un personaggio che ha più paura di vivere che di morire, convinto di essere costantemente colpito da malattie improbabili e assurde e che per questo si fa continuamente monitorare dai più rinomati medici della città. Un'ossessione per la malattia e per la medicina che lo portano addirittura a cercare di convincere la figlia a sposare il figlio del dottor Diarroicus. Un'ossessione che lo costringe a concentrarsi solo su se stesso, non accorgendosi che in realtà non ha nessuna malattia, che i medici non fanno altro che estorcergli soldi, e che la sua seconda moglie, Bellina, in realtà per nulla innamorata di lui, vorrebbe solo che morisse per potersi abbandonare, con l'eredità ricevuta, ai piaceri della vita.





Un dramma esistenziale, perfettamente attuale, più che una commedia. Un dramma di sotterfugi, arguzie, tranelli ben architettati che si risolveranno nel lieto fine con il fondamentale aiuto della serva, in realtà burattinaia dell'intera vicenda.

 



Voto: Voto del Redattore: Federica Falgari


La recensione di Damiano Verda


Argante, ricco borghese e protagonista della commedia (interpretato con eccezionale brillantezza da Paolo Bonacelli), si crede malato. Ed è proprio intorno a questa sua ostinata convinzione, cieca e sorda di fronte a ogni evidenza, che si scatenano ipocrisie, truffe, assurde decisioni e raffinati inganni. Ogni evento si svolge in casa di Argante, in massima parte al suo cospetto, in mezzo alle medicine da cui non riesce ormai a separarsi e che diventano parte della scena stessa. Diversi flaconi appoggiati, come distrattamente, in fondo al palco, ci ricordano infatti in ogni momento la sua ossessione. Su questa ossessione specula, per interesse, la giovane seconda moglie di Argante (Bellina), interessata non alla salute del marito, come vorrebbe far credere, ma piuttosto al suo denaro e ai suoi beni. Di questa ossessione è vittima la figlia Angelica, promessa sposa di un uomo che non ama: si tratta però di un medico, che gode dunque dell’incondizionata stima e considerazione di suo padre.

Argante è cieco e sordo infatti non solo di fronte a se stesso e all’immagine che ha di sè ma anche, e forse proprio per questo, di fronte al mondo, di fronte agli altri, alle macchinazioni e persino all’affetto di chi lo circonda. Il tono della commedia, sempre e comunque leggero e divertente, pare a mano a mano venarsi anche di sfumature più disincantate; come se, in alcuni passaggi, la compassione ispirata in un primo tempo da Argante si mutasse in una sorta di disprezzo, per chi non sa vedere e capire ciò che succede intorno a lui.

La voce dell’ironia, che inizialmente sembra soltanto divertita, si fa talvolta greve e decisa, come a lacerare agli occhi dello spettatore in un lampo, in una battuta, il velo di ipocrisia che avvolge i personaggi mostrandoli davvero, mostrandone la vera natura in chiave comica, grottesca, regalando una risata o un sorriso. E forse non a caso sarà proprio una burla, una tragica burla, a restituire infine un po’ di discernimento anche ad Argante.



Voto: Voto del Redattore: Damiano Verda


La recensione di Roberto Rinaldi


Il filosofo Schopenhauer sostiene che dopo che la “realtà” si è rivelata come rappresentazione del soggetto, diventa molto difficile distinguerla dal sogno. Un' affermazione capace di dare la misura di quanto sia labile il confine fra coscienza e il sogno. Lo stesso Aristotele parla a proposito del sonno e sogno come una sorta di morte in vita. Un interrogativo esistenziale, da Cartesio in poi, è quello basato sul dilemma: “sogno o son desto?”, tramandato di secolo in secolo, passando anche da Calderón de la Barca nel suo “La vita è sogno”, secondo il quale la vita non è altro che un'entità illusoria, un sogno contraddetto dalla ragione.



Sembra essere questa la chiave di lettura pensata dal regista Marco Bernardi per Il malato immaginario di Molière, scelto per inaugurare la stagione del Teatro Stabile di Bolzano. Argante, interpretato da Paolo Bonacelli, è un uomo di condizioni benestanti, convinto di essere un malato cronico. Dorme con il capo reclino sul suo scrittoio in mezzo alla scena, sprofondato in un sonno in cui si materializzano come ombre del suo inconscio tormentato, tutti i personaggi che popolano la sua vita . Appaiono dal buio e gesticolano come se volessero inquietare ancor più il suo delirio onirico per poi svanire subito dopo. L'ipocondriaco al suo risveglio si trova a dover affrontare con evidente disappunto i conti da saldare per le inutili e costose cure prescritte da medici ben disposti a somministrare purghe e clisteri con cinica disinvoltura. La sua vita è segnata da inefficaci medicamenti a cui non vuole rinunciare per non uscire dal suo “sogno” patologico. Non può rinunciare alla sua condizione, pena il risveglio traumatico dove rendersi conto di quanto si faccia manipolare ed ingannare negli affetti e nei suoi averi. In fin di dei conti la sua vera malattia è questa sua ingenuità credulona.



I veri medici guaritori in grado di aprigli gli occhi e convincerlo di come stanno realmente le cose sono suo fratello Beraldo (Carlo Simoni) e la governante Tonina (Patrizia Milani) Gli unici a somministrarli “cure” severe al fine di farlo rinsavire e acconsentire il matrimonio tra sua figlia Angelica (Gaia Insenga) e il suo sincero innamorato Cleante (Massimo Niccolini). Un lieto finale che non impedisce però ad Argante di rivivere oniricamente, un'ultima volta, la frenetica e luciferina danza sulla scena di tutti i protagonisti suoi comprimari nella felice messa in scena realizzata con estrema cura e sobrietà da Bernardi. Un'ultima apparizione quasi per voler dire che il “sonno della ragione genera mostri”, parafrasando il titolo di un'opera del pittore spagnolo Francisco Goya in cui viene rappresentato un uomo addormentato mentre intorno a lui volteggiano pipistrelli, gufi, animali dai volti ghignanti, partoriti dalla sua mente. Uno dei personaggi della commedia, il dottor Purgon, medico personale di Argante, interpretato da uno straordinario e bravissimo Roberto Tesconi, sembra in effetti uscire dal quadro di Goya, quando irrompe sulla scena nel suo lugubre costume reso ancor più sinistro dal trucco che sbianca il viso dell'attore. È semplicemente furibondo per la decisione del suo paziente di non avvalersi più delle sue arti mediche. Sale sullo sgabello e sembra volteggiare come un uccello del malaugurio, come sono considerate le civette e i gufi che popolano l'acquaforte del Goya.



Tesconi è un medico senza scrupoli a cui importa solo il profitto, esente da ogni giudizio etico e morale. La scena tra lui e Paolo Bonacelli è una delle più riuscite di tutta la commedia. Il protagonista è capace di dare vita ad un Argante maniacale, ostaggio delle sue ossessioni. Cesella il suo personaggio con le mille sfumature della sua travolgente mimica facciale che passa dal trasecolato all'adirato con una bravura senza pari. Bonacelli impersonifica con carismatica presenza scenica un uomo in balia degli eventi. Il registro autoironico, specie nella prima scena del monologo dove commenta le parcelle sanitarie, può sicuramente essere implementato e giocato con maggiore disinvoltura. Resta comunque una prova d'attore eccelsa. Così com'è quella di tutti gli altri protagonisti. A partire da Patrizia Milani capace di impersonificare una cameriera che assomiglia tanto ad una serva padrona. È lei far ruotare tutta la vicenda con continui colpi di scena.. Si pone spesso in antitesi con il suo padrone, ci discute, e i suoi battibecchi sono esilaranti. Una donna astuta capace di muovere le sue pedine per cacciare dalla casa di Argante chiunque inganni il suo padrone. Un personaggio simpatico e spiritoso reso con esemplare bravura da Patrizia Milani. Entra ed esce dalla scena con sapiente dinamismo offrendo momenti di pura comicità. Il pubblico  coglie e ride con piacere. Con lei a far rinsavire Argante- Bonacelli, ci pensa Carlo Simoni, un misurato e calibrato Beraldo nell'interpretare niente meno che il “pensiero” di Molière stesso. Fa dire a Beraldo quanto egli fosse particolarmente critico nei confronti dei medici dell'epoca: “Sanno parlar bene il latino, sanno il nome greco di tutte le malattie, e le definiscono, e le classificano, ma in quanto a guarirle, è proprio quello che non sanno.” Simoni da vita ad un personaggio coerente con il suo scetticismo verso la medicina, muovendosi con eleganza sulla scena, dotato di una saggezza che viene dalla convinzione delle proprie idee.



La regia di Marco Bernardi privilegia una messa in scena dove ognuno possa emergere con le proprie peculiarità, lasciando spazio d'azione agli attori e così è per tutti. Giovanna Rossi è Bellina, la seconda moglie di Argante, avida e fintamente innamorata, fa di tutto per sottrargli  i suoi averi grazie ad un testamento estorto con  le armi della seduzione di cui è dotata. L'attrice è perfetta nel vestire i panni di una donna senza scrupoli, ammaliatrice per essere ingannatrice al tempo stesso. Gaia Insenga è la figlia Angelica, dolce e affettuosa con il padre, quanto determinata e ostinata nel non voler rinunciare alla sua felicità e acettare la mano di pretendente sciocco e maldestro interpretato da Fabrizio Martorelli nei panni di Tommaso Diarroicus. La Insenga insieme a Massimo Nicolini (Cleante, suo amato) e lo stesso Martorelli dimostrano una maturazione artistica e crescita professionale in costante evoluzione. Gaia Insenga è la figlia che tutti i padri vorrebbero. Duetta con Massimo Nicolini, perfetto nel ruolo del bravo ragazzo sognatore ad occhi aperti, spavaldo quanto basta anche nell'improvvisare improbabili doti di cantante. Timido ma risoluto a non recedere nel suo proposito. Martorelli usa ottimamente il registro comico del suo personaggio con sapienti doti mimiche. Perfetto nel far da spalla a Libero Sansavini nel ruolo del dottor Diarroicus e padre dello stolto giovane. Sansavini veste i panni di un medico arrogante  uso solamente a fare i propri interessi. Tra lui e il figlio si innescano delle gag divertentissime dove volano calci e ceffoni. Un'intesa perfetta tra i due permette di assistere a momenti di puro godimento.



Dei veri cammei sono i ruoli, se pur minori, di Xenia Bevitori, una credibilissima Luigina figlia minore di Argante, ingenua ragazzina pronta a fingere di morire dopo essere stata castigata da padre con sonori sculaccioni. E infine i bravi Riccardo Zini, il notaio Buonafede pronto ad ingannare Argante, e Maurizio Ranieri l'arcigno farmacista Olenti, per nulla intimorito dal suo paziente restio nel farsi sottoporre all'ennesimo clistere. La scena minimalista di Gisbert Jaekel è al servizio dell'impostazione registica dove tutto è basato sulla parola e gesto, ben illuminata dai colori di Giovancosimo De Vittorio. Raffinati i costumi di Roberto Banci, capaci di esprimere le diverse attitudini dei personaggi.



 



La tournée



Merano, Teatro Puccini 10 novembre



Brunico,  Haus Michael Pacher 12 novembre



Bressanone, Forum 14 novembre



Vipiteno, Teatro Comunale 16 novembre



Trento, Auditorium Santa Chiara dal 18 al 21 novembre



Torino, Teatro Astra dal 25 al 28 novembre



Genova, Teatro della Corte dal 30 al 5 dicembre



Roma, Teatro Quirino, dal 7 al 19 dicembre



Napoli, Teatro Bellini dal 18 al 23 gennaio 2011



Vercelli, Teatro Civico 30 gennaio



Cento, Teatro Comunale "Borgatti" 31 gennaio



Milano, Teatro Carcano dal 2 al 20 febbraio



Varese, Teatro di Varese dal 22 al 24 febbraio



Cosenza, Teatro Rendano dal 26 al 27 febbraio



Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi

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