DR. JEKYLL E MR. HYDE - SOGNI E VISIONI

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In collaborazione con
Teatro.Org


Genere: 
musicale
Autore: 
Giancarlo Sepe
Regia: 
Giancarlo Sepe
Compagnia/Produzione: 
Bis Tremila
Cast: 
Alessandro Benvenuti, Rosalinda Celentano, con la partecipazione straordinaria di Alice & Ellen Kessler e con Rita Corrado, Giovanni Di Lonardo, Pier Giuseppe Di Tanno, Eugenio Dura, Loredana Gjeci, Emilio Marchese, Barbara Marzoli Andrea Romero, Roberta Rosignoli, Luca Catello Sannino Mauro Santopietro, Giuliano Scarpinato, Eleonora Tata, Luca Varone, Taiyo Yamanouchi scene Fabiana Di Marco costumi Giovanni Ciacci colonna sonora a cura di Harmonia Team brani di Amy WInehouse, Lou Reed, Gorillaz, James Blake, Radiohead, Moby, Gershwin e molti altri! con musiche originali di Davide Mastrogiovanni disegno luci Umile Vainieri disegno audio Paolo Astolfi

Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

Dove

Giuseppe Borgatti

Stagione
precedente
o
non previste
repliche
al momento

v. Campagnoli 9 - Cento (FE)
Tel: 051 6858911
Email: stampa@teatroborgatti.it



LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Principato


L’esperto e innovativo Giancarlo Sepe svolta ancora di più dai cliché soliti del teatro e dopo il discusso Napoletango porta in scena il nuovo lavoro  Dr.Jekyll e Mr. Hyde (sogni e visioni) di cui è autore e regista.

L’opera è una (molto) libera interpretazione del famoso romanzo di Robert Luis Stevenson, ridotto a un semplice spunto per affermare e convincere il pubblico che tutto il genere umano, di epoca vittoriana o di epoca contemporanea, è composto non da singoli ma da ‘doppi’: in ognuno di noi sopravvive sempre un cattivo mister Hide, ovvero una maligna personalità che Sepe ci fa immaginare libera, felice, moderna, in contrasto con la sofferenza della repressione a cui è costretto ogni civile Dottor Jekill. Provocazione molto forte ma discutibile se non se ne coglie il senso proficuo.

Ma non è solo dal romanzo di Stevenson che lo spettacolo, un insieme di quadri più che lo srotolarsi di una trama, trae spunto: c’è Oscar Wide e il suo inaccettabile (per quell’epoca) dubbioso libertinaggio sessuale, c’è Jack lo Squartatore che uccide la sua prima vittima proprio mentre va in scena il debutto della riduzione teatrale del famoso romanzo, c’è il pedofilo orientale che cerca di porre rimedio alla sua ossessione con il suicidio, c’è la masochista autolesionista,  c’è il Markheim di un’altra opera di Stevenson, c’è la teppaglia dickensiana e la nobiltà annoiata in cerca di emozioni forti.

Ne viene fuori un insieme di quadri dark, decadenti, noir,  illuminati solo da perfetti giochi di luci e dalle musiche di Davide Mastrogiovanni. La colonna sonora è arricchita da pezzi famosi:  brani dal repertorio di Gorillaz, Amy Winehouse, Lou Reed, Radiohead e altri. Peccato che le lingue straniere rendano avulse all’opera i testi delle canzoni comunque ben arrangiate e ben eseguite da tutti gli attori, soprattutto dal sorprendente Benvenuti.

Nel primo di questi scenari le gemelle Alice e Ellen Kessler (chiara rappresentazione del doppio in uno), sedute al capo e all’altro di una tavola imbandita, dopo aver cantato "You’re so sexy" si dividono: avviene la scissione della personalità. Jekyll e Hide prendono vita individuale e iniziano il cammino da soli. Ma non saranno solo loro e non solo il medico a sdoppiarsi: la pozione che da vita all’altro circola nella scena e nessuno rinunzia a berla, nemmeno la Regina Vittoria, anche lei conquistata dalla ‘libertà’. Perfino alla platea viene offerta la pozione magica.

Sarà un caso che mentre Sigmund Freud iniziava i suoi studi sull’isteria, Stevenson si occupava già della scissione della personalità? mentre il padre della psicoanalisi osservava gli effetti della cocaina, lo scrittore scriveva di una pozione magica che dava corpo alle pulsioni represse?

Comunque sia quest’altra rappresentazione del teatro visionario di Giancarlo Sepe non ci convince. Non solo per il dubbio già espresso sopra, il dubbio non risolto se l’opera possa essere o meno una forte provocazione per questa società ormai sbilanciata sempre più verso il signor Hyde, prossimo a trionfare sul razionale dottor Jekyll. E questa offerta al pubblico della magica pozione ci fa venire in mente una strofa di A muso duro, canzone di Pierangelo Bertoli: riempirò i bicchieri del mio vino, non so com’è però v’invito a berlo. A questo calice che Sepe propone sarebbe meglio non accostarsi.

Tuttavia non si tratta solo di condivisione dei contenuti, morali o meno. Non ci convince proprio lo spettacolo: slegato, un mosaico molto spesso male incastrato, privo di coesione testuale nonostante le didascalie esplicative dell’avvocato Utterson (ottima l’interpretazione di Alessandro Benvenuti). Solo qualche brano famoso e qualche provocatoria coreografia scuotono da una noia leggera ma persistente.

Le gemelle Kessler sono da ammirare per la longevità e per la l’ottima interpretazione di  I’m no good, uno dei grandi successi di Amy Winehouse. In quanto a ballare… non hanno più l’età. Rosalinda Celentano sicuramente avrebbe dovuto interpretare l’ambiguità sessuale di Oscar Wilde ma in scena… non c’è entrata, s’è vista solo sulla locandina.

Per rimanere in tema letterario: preferiamo Le favole di Oscar Wilde alla dark story di Stevenson, almeno a teatro.

Foto di scena di Diego Romeo

 



Voto: Voto del Redattore: Francesco Principato


La recensione di Alessandro Paesano


L'approccio di Sepe al testo di Stevenson è poco più che un pretesto per catturare l'atmosfera di un'epoca borghese come quella vittoriana, una società ipocrita e dalla condanna facile, sullo sfondo della quale lo spettacolo ricorda i delitti più efferati, le 39 coltellate inferte da Jack lo squartatore, che fa da contraltare al dottor Jekyll e al suo doppio , cattivo, mister Hyde (che in inglese suona come "nascosto").  

Il regista e autore dello spettacolo si avvicina al romanzo attraverso le rimembranze ottocentesche rimaste nell'immaginario collettivo massmediologico contemporaneo piuttosto che per via teatrale.

A Sepe non interessa l'approccio letterario al racconto quanto accedere al dualismo manicheo tra bene e male sul quale imbastisce delle varianti sceniche in una apoteosi da varietà a cavallo tra Hollywood e la Rai degli anni sessanta. Dr Jekyll e Mr. Hyde il cui sottotitolo recita sogni e visioni non è un musical nonostante le diverse canzoni (da Amy Winehouse a Lou Reed, dai Gorillaz a James Blake, dai Radiohead a Moby, senza dimenticare Gershwin, Cole Porter, Irvin Berlin  e Puccini mentre  le musiche originali sono di Davide Mastrogiovanni) interpretate magistralmente da Alessandro Benvenuti,  Rosita Celentano e Alice ed Ellen Kessler. Non è uno spettacolo di danza nonostante i numerosi quadri coreografati e danzati. Non è uno spettacolo di prosa, né commedia né tragedia,  anche se la drammaturgia di Sepe ha l'aspetto e lo spirito di un po' tutti questi generi e stili.

Dr Jekyll e Mr. Hyde è un divertissement per cinque attori e attrici e un corpo di balloperformer di 14 elementi, un'orgasmatica variazione sull'ottocento inglese in una rilettura camp (nel senso dato al termine da Susan Sontag) declinato secondo un certo gusto post hollywoodiano (da Mouline Rouge a From Hell) tra abiti e costumi vittoriani e l'eccesso drammatico dell'opera pucciniana, la violenza concreta ma estetizzata di Jack lo squartatore e il desiderio omoerotico di Oscar Wilde, in un'esplosione lisergica dove la bellezza e la gioventù dei 14 performer,  messa letteralmente a nudo, convive e si contrapporre al classicismo della maturità di Alessandro Benvenuti e Rosalinda Celentano e alla Storia incarnata dalle gemelle Kessler,  perfette e strabilianti, che si donano allo spettacolo con immensa generosità e ironia.

La forza, e il limite, di Dr Jekyll e Mr. Hyde è tutta  in questa contrapposizione, nella fascinazione per i giovani e le giovani cui contrapporre la pacata consapevolezza dell'età adulta e l'imperturbabile ironia della maturità per esaltare ognuna delle fasi della vita nelle quali il  bene e il male vengono affrontati più che nell'aspetto davvero morale in quello di superficie (ma mai veramente superficiale) delle apparenze sociali.

Un racconto onirico per quadri le cui scene splendide, di Fabiana Di Marco, tramite l'impiego di velatini e proiezioni di immagini, richiamano l'estetica del fumetto d'autore (le moderne graphic novel) grazie anche alle luci che spe vuole colorate, intense e in movimento, opponendole ai chiari e agli scuri dei costumi, splendidi, di Giovanni Ciacci.

Dopo un inizio indimenticabile nel quale Alice ed Ellen, vestite da sposa, interpretano Silence is Sexy dei Einstürzende Neubauten (un gruppo tedesco Industry ) danzando intorno a una tavola imbandita e piena di ragnatele

le due ballerineicone vengono studiate da alcuni scienziati in camice, come animali da cavia,  per scoprire se entrambe hanno un solo cuore e un solo cervello. Quando una delle due smette stizzita di perpetrare il luogo comune che le vuole in sincrono anche nelle emozioni le due gemelle si separano, una parte, si reca a Londra, va in visita al Lyceum Theatre (dove nel 1888 l’attore Richard Mansfield si esibiva in una trasposizione teatrale del romanzo che Robert Louis Stevenson aveva scritto appena due anni prima) e lì viene introdotta ai personaggi dello spettacolo anche se lo spettacolo deve ancora iniziare.

Bastano queste coordinate culturali per muoversi tra le fila di uno spettacolo  sfrangiato, discontinuo, complesso, che non comincia mai veramente, fatto di citazioni intertestuali dai libri ai film al teatro e alle canzoni, su cui Sepe costruisce intelligentemente una drammaturgia fatta di una (presunta) ambiguità morale dell'umanità che viene sopraffatta dal senso panico della vita, dove ordine e disordine, gioventù e maturità, moralità e amoralità, nuovo e vecchio, vita  e morte, si sovrappongono, si distinguono per poi trasformarsi ancora.

Sepe pretende tantissimo dai suoi attori e dalle sue attrici, dal nudo alla resistenza fisica notevole dei giovani reclutatati per lo spettacolo (in un numero danzano sdraiati a terra, proni, muovendo solamente gambe e polpacci), ai momenti di profonda concentrazione psicologica (il monologo di Rosalinda Celentano) e interpretativa (Alessandro Benvenuti, in stato di grazia) il cui ordito è sostenuto dal savoir faire unico e inconfondibile delle Kessler che tornano a calcare le scene italiane dalle quali mancano da 30 anni, quando, proprio sullo stesso palcoscenico, interpretarono Kessler Kabaret per la regia di Patroni Griffi.

Uno spettacolo onirico forse non di immediata fruizione ma appena il pubblico vi entra in sintonia, gli applausi, prima timidi, si fanno sempre più convinti fino al tributo finale, galvanizzato da una pirotecnica versione dance di Put It On the Ritz .

Uno spettacolo sontuoso che rimane in scena per quasi un mese da andare a vedere, o rivedere, per sostenere un riuscitissimo esempio di teatro di ricerca che incontra e viene accolto dalla tradizione del teatro borghese in una impossibile alchimia che poteva riuscire solamente al genio di Giancarlo Sepe.



Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano

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