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LE RECENSIONI
La recensione di Wanda Castelnuovo
Sforzo notevole quello di costruire uno spettacolo che attraverso la fortunata combinazione di parola, danza, musica, pittura e luce vada alla ricerca delle pieghe più recondite e profonde dell’animo e dell’essenza dell’ispirazione artistica di Picasso, artista eclettico, poliedrico, folle, passionale e istintivo ben assimilabile a emblema di un secolo di incomunicabilità, figlia anche di un sentire sofferto e di travagli dolorosi, ripetuti e quasi continuati che hanno segnato corpi e anime.
Protagonista e interprete d’eccezione Giorgio Albertazzi cui la maturità ha smussato alcune spigolosità lasciandogli sfumature di umanità dolente e sofferta, ma sempre altera e orgogliosa: par di vedere una forte assonanza, se non identità tra attore e artista legati anche da una fortissima vis sensuale e impetuosa volutamente lasciata senza redini e capace di stimolare ispirazione.
Splendido l’incipit con lo scenografico e abbacinante candore, emblema di una purezza primordiale il cui fulcro è un enorme talamo dalle bianche coltri: da qui - eterna genesi creatrice del genere umano - scaturiscono il protagonista e le ballerine del Martha Graham Dance Company sensuali nelle loro corporeità prorompenti.
Seguono senza un ordine razionale, ma legati dal fil rouge di un anticonvenzionale fantastico una cascata di frammenti poetici nati da Pablo Picasso stesso e da scrittori contemporanei particolarmente vicini al suo sentire e al suo credo esistenziale.
Non bisogna dimenticare che l’eclettico Picasso ha scritto di drammaturgia tra cui Le désir attrapé par la queu (Il desiderio preso per la coda) con personaggi dal singolare simbolismo quali ‘Piedone’, ‘Cipolla’… i personaggi femminili sono interpretati delle stesse ballerine a ciascuna delle quali è affidata una voce celebre che lavora di concerto.
Ne risulta una raffinatissima pièce - ben diretta dal regista Antonio Calenda - in cui tutto fluttua in uno spazio irreale di grande godibilità estetica anche grazie alla presenza molto curata nei particolari della forza coreutica di rara perfezione.
Affascinante tra i fondali la riproduzione di quello realizzato da Picasso nel 1917 per il balletto “Parade” di Sergej Diaghilev, con musiche di Erik Satie e sceneggiatura di Jean Cocteau.
Testo elegante di complessa costruzione intellettuale non scevro di grande forza emotiva che colpisce e incanta il pubblico il quale forse non sempre può facilmente entrare in medias res.
Voto:
La recensione di Domenico Orsini
Un grande letto candido troneggia al centro della scena immersa in un bianco luminescente.
Compare tra le lenzuola Picasso in carne ed ossa, si scopre, è a torso nudo, sorge dal talamo per raccontarci la propria storia con parole come pennellate, scaltre e sospese, agili ed eufoniche, sincopate e discontinue, come la sua pittura.
Sorgono dai drappi di lenzuola candidi e arruffati, una ad una, nove incantevoli fanciulle, danzano sinuose intorno al protagonista, riecheggiano colori e movenze delle demoiselles d'Avignon, simboleggiano l’universo femminile dell’artista spagnolo.
Così la voce calda e vibrante di Giorgio Albertazzi, signore del palcoscenico ed autorevole esponente dell’arte teatrale italiana, dipinge emozioni con pennello e colori di parole, mentre la Martha Graham Dance Company completa l’affresco con i corpi vibranti delle sue ballerine-mimo. Figure che scandiscono il tempo come lancette, si muovono in una danza evocativa che palpita di emozioni, luminose o dal cuore nero, su coreografie storiche di Martha Graham e originali di Janet Eilber.
Poi il letto sparisce, divorato dal bianco, mentre cala un picassiano quadro-sipario. Felici le scelte di Pier Paolo Bisleri, che firma scene e costumi, Antonio Giacomin, autore dei video e Nino Napoletano, artefice del disegno luci: abilmente si mescolano, in un succedersi lesto di suggestioni, l’acromatico bianco e le tinte dei quadri di Picasso, come le sue linee che chiudono i propri tratti in forme immaginifiche. Altrettanto indovinate le ammalianti scelte musicali che vanno da Manuel de Falla, a Stravinsky, a Saint-Saens, a Kodàly…
Le parole a cui magistralmente Albertazzi dà voce e anima, sono quelle di autori amati da Picasso come García Lorca, o parole dello stesso pittore, tratte con arguzia dai suoi scritti, dai suoi poemi, dai testi teatrali. E proprio una sua opera di teatro è stata scelta dall’abile mano del regista Antonio Calenda, sorprendente e raffinato Deus ex machina della pièce, quale fulcro dello spettacolo: Il desiderio preso per la coda, storia-non storia firmata da un genio e aperta a più interpretazioni. Il testo, onirico e surreale, visionario e disarticolato, scritto nel segno della quasi totale assenza di punteggiatura, ha come protagonisti Piede Grosso, la Torta, l’Angoscia Grassa, l’Angoscia Magra, la Cugina, la Cipolla, Puntale rotondo e il Sipario, personaggi del mondo interiore dell’artista che si materializzano in scena nei corpi dell’attore e delle danzatrici e nelle voci, oltre che dello stesso Albertazzi, di Piera Degli Esposti, Andrea Jonasson, Franca Nuti, Elisabetta Pozzi, Stefania Masala, Antonio Calenda, Jacopo Venturiero.
L’io di Picasso, sia esso l’Arlecchino pensoso o quella rappresentazione dello spirito della terra e dell'espressione artistica che è il ‘lorchiano’ Duende, ci racconta la pittura di un genio che considerava la pittura un racconto, un modo di scrivere storie che ti prendono la mano e ti portano ad una verità che non esiste, dandoci insegnamenti alti e universali: “Un pittore non dipinge quello che vede, dipinge quello che sente… Dire di finire un’opera è una bestialità… L’arte è pericolosa, se è casta non è arte” solo per citarne qualcuno.
Durante la messinscena esitano gli applausi di un pubblico attonito, che ha timore di interrompere la magia, di spezzare l’incanto di corpi e voci che si intrecciano, si passano il testimone, si fondono e si confondono nel dar vita ad un alto e completo momento di buon teatro, bello e intenso, sacro e dissacrante.
Voto:
La recensione di Giulia Clai
Impudico e fiero, una nudità appena accennata che emerge da un ampio letto bianco, eteree figure femminili, Albertazzi-Picasso si fa portatore di un' ideologia provocatoria sotto la regia di Antonio Calenda. Non una biografia di Picasso, bensì un' onirica affabulazione intorno le ragioni stesse della sua arte. Albertazzi-Picasso è un artista che interpreta se stesso., come in un gioco di scatole cinesi, dove il pensiero si moltiplica e amplifica senza un filo logico: solo manciate di parole, spruzzi di colore, frammenti di vita contenuti nel commento coreografico delle nove danzatrici della Martha Graham Dance Company, sulle note di De Falla, Satie e Stravinsky. Il filo conduttore è il desiderio costante di esorcizzare la vecchiaia e la morte: muse provocanti, fantasie astratte di un uomo maturo che concupisce giovani vergini in nome di un amore vorace e osceno. Albertazzi, cercando Picasso, usa i versi di Garcia Lorca, si diverte con gli aforismi del pittore di Guernica, cita altri poeti, altri filosofi e anche se stesso.
Il progetto teatrale di Antonio Calenda è solido, ma è al contempo un viaggio fantasmagorico tanto nel percorso artistico di Picasso, quanto tra le esperienze culturali più significative della prima metà del ' 900. La regia di Calenda non indulge negli abusati stilemi del naturalismo, sceglie la figurazione simbolica come trasposizione della visionarietà di Picasso. Il regista pone in comunicazione danza e pittura: le ballerine danno corpo ai fantasiosi personaggi di Picasso, la scenografia richiama alcune tappe artistiche del pittore al fianco di Sergej Diaghilev, l' affinità estetica tra Martha Graham e Picasso è esplorata attraverso alcune storiche coreografie della Company americana: Lamentation, Steps in the street, Deep songs.
La recitazione, insieme a pittura e danza, costituisce il terzo pilastro espressivo dello spettacolo: oltre ai nuclei tematici del pittore spagnolo e delle liriche di Apollinaire, Baudelaire, Rimbaud, l'attore si confronta con la riflessione sul teatro e sull' arte su musiche di Igor Stravinsky e con l’enigma intrecciato alla tauromachia attraverso i versi di Garcia Lorca. L’interpretazione dell’ottantasettenne Giorgio Albertazzi, è acuta e spiritosa al pari dell'inesausto reinventore della pittura che impersona. In questa rappresentazione si è portati a cercare la figura intima di Picasso, e, per chi conosca un po’ Giorgio Albertazzi, si trova una parte intima di chi la interpreta. E’ una grande rappresentazione recitata con estrema naturalezza da uno dei più grandi attori di questo e dell’altro secolo.
Voto:
La recensione di Alessandro Paesano
L'occasione è di quelle ghiotte, unire l'esperienza di Albertazzi a quella coreografica della Marta Graham Dance Company per restituire in chiave artistica il genio di Picasso. Produce il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e l'Ente Autonomo Teatro di Messina.
Tutto è nato da uno scambio di lettere tra Antonio Calenda che firma la regia, e Giorgio Albertazzi che hanno concordato di voler allestire non uno spettacolo naturalistico sulla vita dell'artista ma uno spettacolo che esplorasse in chiave teatrale e coreografica l'importanza dirompente che Picasso ha avuto nel panorama artistico del primo Novecento.
Oltre all'attività pittorica e scultorea è nota infatti quella di Picasso scenografo e costumista e la ricerca visiva nasce anche da qui. Prima dello spettacolo, a mo' di sipario, è posta la riproduzione di uno dei fondali che l'artista dipinse nel 1917 per il balletto Parade di Sergej Diaghilev col quale collaborarono anche Cocteau, Satie e Massine, in una interazione tra le diverse arti che caratterizzò le avanguardie del Novecento.
I costumi, splendidi, di Pier Paolo Bisleri, si rifanno direttamente a quelli di Picasso o a quelli di alcuni suoi quadri famosi, o, ancora, direttamente alle mise dell'artista, immortalate in certe celebri foto indossati da Albertazzi con una disinvoltura o un candore a seconda dei casi, invidiabili.
Bisleri firma anche le scene optando per uno spazio bianco, neutro, nel quale campeggia all'inizio un enorme letto dal quale esce Picasso e tutte le ballerine della Marta Graham Dance Company (complice un invisibile buco che permette loro di comparire dal nulla) e rimane poi spoglia ospitando le coreografie. Nelle videoproiezioni, usate con sapiente sobrietà, vengono riproposti alcuni disegni e il Guernica di Picasso, scontornati col pantografo e acquisiti al pc, per poter essere proiettati linea dopo linea, come li stesse disegnando Picasso stesso sul momento (o, nel caso del Guernica, proiettando i vari gruppi dell'affresco separatamente, facendoli avanzare verso lo spettatore con un gioco prospettico).
La scena vuota ospita di tanto in tanto qualche una chaise longue sulla quale Picasso si addormenta (giustificando la coreografia che viene presentata come una sua emanazione onirica), oppure una pedana, sulla quale, mentre le danzatrici interpretano Prelude to action, AlbertazziPicasso incarna prima un toreador e poi il toro che incorna il torero.
Coreografie splendide come quella da ferme nella quale le danzatrici ripropongono atteggiamenti e pose del celebre quadro Les Demoiselles d'Avignon.
Il connubio con la danza non nasce solo per i trascorsi di Picasso con quest'arte ma anche per l'opera di rottura che la danza vedeva in quegli stessi anni da parte di alcune coreografe proprio come Marta Graham. Per questo nello spettacolo vengono riproposte alcune coreografie storiche degli anni 30, come Lamentation, Steps in the Street e Deep Songs, pietre miliari della danza moderna, a vedere le quali le si accoglie con la familiarità con cui si guarda alle coreografie contemporanee e invece hanno ottant'anni!
Cercanso Picasso significa dunque esplorare tra le parole e i pensieri dell'artista, come emergono dalle sue poesie e dai suoi testi teatrali. Ed ecco la prima sorpresa.
Pablo Picasso è autore di una mezza dozzina di poesie, scritte alla fine del 1935, che André Breton elogiava in maniera esagerata. Pur essendo essenzialmente degli esercizi di scrittura automatica del movimento surrealista (cui ha contribuito più con la sua ricerca pittorica che con le poesie) le poesie di Picasso, declamate da un grande affabulatore come Albertazzi, vengono investite di luce nuova che fa acquistar loro una statura e una temperatura inedite.
Oltre a quelle di Picasso Albertazzi declama, con una maestria che sorprende per le altezze interpretative che sa raggiungere, quelle di Garcia Lorca (per il già menzionato amore per la tauromachia) e di Guillaume Apollinaire (l'eros e il femminile) mentre la riflessione sul teatro e sull'arte viene affidata a un innovatore nel campo musicale come Igor Stravinsky. Senza escludere alcuni versi scritti dall'attore stesso scelti tra le 190 poesie che ho pronte per la pubblicazione da Mondadori.
Altrettanto poco nota è la sua produzione drammaturgica come Il desiderio preso per la coda che Picasso dedicò ad Alfred Jarry, scritto in soli tre giorni, nel 1941, dal quale Calenda attinge a piene mani per la seconda parte dello spettacolo. Ne il desiderio... Alberazzi, interpreta un grosso piede, interagendo con gli altri strani personaggi della pièce cui le ballerine danno corpo mentre alcuni attori illustri hanno prestato le loro voci, registrandole: Piera Degli Esposti è La Torta, Andrea Jonasson l'Angoscia Magra, Franca Nuti l'Angoscia Grassa, Elisabetta Pozzi è la Cugina...
Questa parte è visivamente magnifica, i personaggi vengono presentati su un praticabile posto in fondo alla scena, a mezza altezza, coperto da un tessuto semitrasparente che ne fa intravedere poco più che le silhouette come in una presentazione d'alta moda anni 50 per poi invadere il proscenio.
La riproposizione di questo lungo estratto, nel quale Albertazzi è fuori scena per la maggior parte del tempo, è il momento meno riuscito dello spettacolo. Vedere le brave ballerine della Marta Graham Dance Company impiegate come dei mimi mentre si agitano su dei dialoghi registrati da attori famosi può essere suggestivo per qualche minuto ma non regge affatto il quarto d'ora abbondante che dura e tradisce l'eterogeneità dello spettacolo.
Il trait d'union tra una coreografia e l'altra, tra una poesia declamata e un ragionamento sull'arte è dato solamente da Albetazzi, dal carisma della persona e della bravura dell'attore. Altrimenti Cercando Picasso manca di una coerenza interna che faccia diventare musica, danza, videoproiezioni e recitazione le tessere di un mosaico che, viste da lontano, compongono un disegno organico e coerente.
Alla fine dello spettacolo, durante li applausi fragorosi e interminabili, Albertazzi e Calenda spendono toccanti parole sugli scellerati tagli alla cultura e gli applausi si colorano di un altro significato.
Voto:
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