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LE RECENSIONI
La recensione di Danilo Spadoni
È bello vedere, sentire, essere coinvolti dall'entusiasmo e soddisfazione di qualcuno per il proprio lavoro. La gioa di una fatica coronata dal risultato di un scrosciante applauso, strameritato. Questo è l'ultimo, in ordine temporale, regalo de “L'avaro” di Marco Martinelli e Ermanna Montanari. Questa è la prima cosa da sottolineare: la passione, la cura e la dedizione di una “Compagnia” che mette in gioco se stessa rischiando in prima persona, ed è cosa semplicemente da ammirare.
L'amore per il proprio lavoro è in se commovente ma non è detto che il prodotto sia all'altezza del sentimento, per fortuna non è questo il caso: “L'avaro” delle Albe è anche un bello spettacolo.
L'avaro di Martinelli e Montanari è allestimento generoso, pare un controsenso, di idee, di stile, di teatro nel senso pieno e moderno del termine. Sarebbe lungo descrivere tutto quello che la regia, perché è soprattutto un lavoro di regia, ha intessuto nelle trame del testo di Moliere da renderlo così maledettamente attuale e ferocemente critico. Occorre andarlo a vedere!
Un allestimento che grottescamente snuda ciò che, più che mai, oggi caratterizza l'individuo e la società: il desiderio di avere quello che è dell'altro, l'ambizione al potere - soldi o successo che sia – la voglia di apparire, di vendicarsi, insomma la ricerca del possesso a discapito degl'altri. Un “cannibalismo d'autunno” in cui tutti cercano di mangiare tutti. Tutti compreso il pubblico: avido nel guardare nella “casetta”, spiato e coinvolto con ottimi giochi di luci e in un finale degno della più strappalacrime delle trasmissioni televisive.
La fine è all'inizio: destrutturare, smontare per ricostruire uguale mentre gli attori giocano coi i corpi, con gli oggetti, la scenografia, le luci; e il testo scivola via in un armonica dissociazione tra parola e azione teatrale che “colpo su colpo” si fa coerente fino a ri-allestire, nel finale, la scena iniziale del posticcio studio di Arpagone dove la verità viene svelata assumendo la maschera di una commedia falsa e farsa.
Un Arpagone che non è donna né uomo, è umano: caricatura di un genere che è voce, mirabile nelle sue evoluzioni e utilizzo del mezzo d'amplificazione; è corpo essenziale dai gesti precisi; è sguardo inteso e mimetico.
È la straordinaria bravura e presenza di Ermanna Montanari. Occorre andarla a vedere!
Il pubblico, purtroppo poco per le congiunture astrali sfortunate: il festival di Sanremo e il derby cittadino, è di quello scelto e partecipa senza risparmio all'Avaro delle Albe con attenzione e coinvolgimento perché condivide la passione per questa strana cosa che è il teatro e che a volte “ci regala il privilegio della comunità o della tribù. E a volte ci salva la vita.” [Andrea Porcheddu, “Una lettera aperta sull'Avaro delle Albe”]
Voto:
La recensione di Annalisa Ciuffetelli
Chi ha detto che una vecchia pièce a teatro è sempre la stessa pappa?
La regia del teatro di ricerca fa miracoli. Persino uno dei classici del teatro come Molière può rinnovarsi se a farlo è l’abile creatività ristrutturatrice di una delle isole culturali italiane: il Teatro delle Albe di Ravenna.
L’Arpagone di Marco Martinelli e Ermanna Montanari è una donna. Ma senza tirare in ballo la modernità dei tempi nel possesso dei soldi e del potere o le metafore dei tempi che cambiano, direi che la cosa non si è notata.
Mentre infatti Molière ha messo in scena un uomo, nel senso concreto di un essere umano e lo ha anche caratterizzato col sesso maschile (tipico della sua epoca), Martinelli, attraverso la sua scrittura scenica, ha messo in scena un concetto, l’avarizia appunto.
Certamente c’erano sempre Cleante, Elisa, Valerio e tutta la servitù di contorno, con i loro discorsi e sotterfugi, ma non erano fini a se stessi o retorici come l’arte della parola prevede. Erano piuttosto coordinati in un’energia centripeta: senza avere lo stesso fine, erano legato l’uno all’altro. Anzi meglio, gli uni senza gli altri non potevano esistere.
Lo spettacolo è cominciato senza “disturbare”. Infatti il pubblico si è accorto, tra il vociare classico del prima spettacolo, che degli operai sul palcoscenico stavano togliendo i pezzi di scenografia che erano sparsi qui e là. Sono quelli i pezzi che verranno ricomposti in una scenografia dotata di senso, durante e alla fine della pièce. A ben guardare quegli operai erano troppo ordinati, rilassati e ben truccati… Quindi, si è fatto presto a dedurre che la cosa faceva parte dello spettacolo.
In due ore di spettacolo, L’Avaro di Molière (nella bella traduzione di Cesare Garboli) è stato scomposto e ricomposto davanti ai nostri ed ha assunto una nuova veste scenica.
Arpagone era interpretato da un’eccezionale e quasi inquietante Ermanna Montanari, che lo ha caratterizzato come un essere (uomo o donna? Non si sa, perché oltre l’abbigliametno, pure alm voce era fintamente afona ed indefinibile) sempre distaccato dagli eventi, sicuro di se e del fatto suo, atto al potere ed ai segreti e il cui apparire era legato fisicamente ad un microfono, accarezzato come fosse una bella donna e posseduto come un feticcio dal potere ammaliatore che lo accompagnava negli esageratamente stirati e rarefatti movimenti da un lavo all’altro del palcoscenico.
Le scene, realizzate come sketch, erano scandite da forti colpi, come spari, che ne bloccavano lo svolgimento e cambiavano la posta in gioco e che, in maniera quasi simmetrica, erano più frequenti all’inizio e alla fine dello spettacolo.
La storia la conosciamo tutti e Martinelli non la stravolge. Semplicemente, la valorizza rendendola senza tempo e senza luogo, praticamente una storia di concetti su cui riflettere.
Arpagone è senza bellezza, amore, saggezza e onestà. Praticamente è il contrario dei suoi innumerevoli antagonisti: i figli che tentano di farlo ragionare, i servi che pensano di corromperlo, l’amata Mariana che lo guarda disgustata ed infine Anselmo (alias don Tomaso Dalburzio) che è felicemente amante della vita e dell’amore senza interesse.
Oltre il valore dei soldi, che nessuno osa mettere in discussione davanti ad Arpagone, l’amore è la scintilla scatenante dei problemi. Infatti mentre Cleano e Mariana si amano senza farlo sapere in giro, Arpagone, decide di sposare la ragazza (e di far sposare una vedova al figlio) perché, come gli ha fatto credere l’arguta e sbrigativa serva Frosina, Mariana gli porterà in dote il notevole fatto che non spenderà soldi (a differenza delle altre donne) e quindi il guadagno consiste in quello che non spenderà.
Ogni favola prevede il suo lieto fine e la comicità, che segue un climax amplificatore, è assicurata dai colpi di scena, come nel finale. Infatti Marco Martinelli/Anselmo arriva dalla platea per sistemare i fatti acconsentendo amorevolmente alle nozze dei figli che aveva perduto in un naufragio e che riconosce nel’adulatore di Arpagone, cioè Valerio e nel’immacolata Mariana, con i figli di Arpagone, l’innamorata Elisa e l’amante della bella vita Cleano.
La scomposizione della storia molièriana quindi è agita a più livelli. Le scene sono scandite da spari o legate da movimenti convulsi dei personaggi. Arpagone è totalmente estraniato dal resto dei personaggi e con una voce quasi irreale, fino al punto da renderlo comico. Le musiche sono prima swing, poi da discoteca nella immobilizzata festa in giardino ed infine dodecafoniche nei momenti simbolici.
Simboliche sono le scene delle cameriere, che servono per presagire i fatti.
Ci sono poi le scenografie rarefatte e che, presenti davanti al pubblico all’inizio dello spettacolo vengono prima eliminate e poi ricostruite man mano.
Tutto serve a far avere al pubblico gli elementi che gli servono per ricostruire autonomamente e simbolicamente i fatti che hanno il loro clou nel ladrocinio della cassetta del tesori di Arpagone, la significativa scrivania con l’enorme scritta “cassetta”, i matrimoni estorti con la restituzione del tesoro e le concessioni di Anselmo.
Risultano artisticamente inquietanti i movimenti sincronizzati o alternati delle due cameriere, come anche le iniziali movenze ripetitive a scatti di Elisa (Laura Radaelli), che d'altronde a un certo punto nitrisce come un cavallo, in un tipo di recitazione molto caricata, soprattutto all’inizio dello spettacolo.
Bravissimi, oltre la leggendaria Ermanna Montanari (Arpagone), anche Michela Marangoni (Frosina), Alessandro Argnani (Valerio) e Roberto Magnani (Cleano).
Unica nota lievemente stonata nell’accurato allestimento era il riconoscibile accento romagnolo degli attori che interpretavano i servi.
Nella particolarità registica non erano previsti odori; ma l’odore di cucina era nell’aria. Infatti è assurdo ma vero, che nel palcoscenico dello storico Teatro Valle di Roma, un tempo gestito dall’ETI, fuoriescano i vapori della cucina della retrostante Brasserie ed è doloroso ammetterlo, ma se non fosse stato per l’architettura tipica e per l’accuratezza dello spettacolo proposto, invece che nel teatro d’arte di Pirandello, pareva di trovarsi nel cortile sul retro di una bettola medievale. Ed è stato un vero peccato.
Voto:
La recensione di Francesco Rapaccioni
La bella traduzione di Cesare Garboli appare funzionale alla rilettura dell'Avaro di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, che inseriscono la vicenda in uno spazio che desta curiosità ed interesse, creato da Edoardo Sanchi. Il palco è circondato da una tenda che corre su tre lati, il binario a cui è attaccata è a vista, ai due estremi due impalcature di tubi innocenti neri che contengono proiettori e, una delle due, monitor televisivi. Lo spazio è vuoto, i servi portano dentro e fuori via via tavoli, sedie, vestiti, un modellino della casa. Solo l'asta del microfono rimane sempre in scena, emblema di Arpagone, la cui voce risuona amplificata, dominante sulle altre. Quel segno di potere a cui tutti ambiscono, sia per possederlo, sostituendosi ad Arpagone, sia per usarlo temporaneamente, anche solo per sussurrare poche frasi.
Non c'è intimità in questa scenografia, anche quello che succede fuori scena, quindi dietro i tendaggi, si ha l'impressione che sia sotto gli occhi di tutti. E infatti la vicenda è tale per cui non c'è alcuna privacy nella vicenda e nella quotidianità dei personaggi. Anche nei dialoghi a due ci sono sempre personaggi che continuamente passano da una parte all'altra oppure intenti in varie azioni. Il richiamo è al mondo della televisione, ai suoi codici falsi e ingannatori (gli applausi registrati, le risate finte), alla sua tempistica scandita come da un metronomo, al suo potere esclusivo e totalizzante, al cercare il posto migliore per le luci e le riprese (tanto che i servitori arrivano a disturbare i dialoghi a due spostando continuamente i protagonisti da un punto a un altro). Persino il ricorrere continuo ad arbitri prevenuti che c'è nel testo suona sinistramente attuale in questa messa in scena.
Molto efficace la scena della festa con musica disco, luci intermittenti e movimenti convulsi in gruppo, come se ognuno sentisse una propria musica e, con quella, ballasse. Nel finale interviene dal fondo della platea, con una fugace apparizione ma amplificata dai video, Marco Martinelli, in piedi davanti alle postazioni luci e audio, proprio come il regista qual è, nella interpretazione solo vocale di Anselmo, praticamente il regista del finale della commedia.
Dominante è il buio, il buio che genera ombre, fantasmi, intrighi. Quel buio che Arpagone di porta dentro e che cerca di illuminare con il dio denaro. Nella messa in scena questo è particolarmente efficace nel gioco buio-luci creato assai efficacemente da Francesco Catacchio ed Enrico Isola. I costumi di Paola Giorgi immediatamente connotano i personaggi: abiti quotidiani per i servi, stoffe ricercate e abiti vagamente anni Settanta per gli altri, un'informe tenuta nera per il protagonista, coi capelli legati in un codino da cui nel corso della recita scivolano via dei ciuffi. Fondamentale l'apporto delle musiche originali di Davide Sacco per creare la particolare atmosfera dei diversi momenti dello spettacolo del teatro delle Albe.
I personaggi sono destrutturati, frammentati nella ripetizione di gesti come tic: sopraffazioni, lotte per conquistare il potere (per il microfono che rende tale la voce del padrone) oppure per ingraziarsi in modo ipocrita ed opportunista chi quel potere lo esercita. L'ipocrisia imperante, termine di paragone. Nel buio.
Straordinaria Ermanna Montanari nel ruolo di Arpagone, giocato sui registri della voce e sulla mimica facciale, una interpretazione raffinata ed efficace, originalissima. Non tutti a fuoco gli altri personaggi, coi servi con accento romagnolo. Bene il Cleante di Roberto Magnani e la Frosina di Michela Marangoni. Con loro, in ordine alfabetico, Loredana Antonelli (la serva Felicetta), Alessandro Argnani (l'ipocrita e opportunista Valerio), Luigi Dadina (Mastro Giacomo, pavido e invidioso), Laura Dondoli (la serva Claudia), Luca Fagioli (Mastro Simone), Alice Protto (Mariana), Massimiliano Rassu (Saetta e un commissario), Laura Radaelli (Elisa, l'unica alla ricerca dell'amore veramente: “con quanta facilità ci si lascia persuadere da chi si ama”).
Teatro gremito, pubblico poco coinvolto dalla rappresentazione; alla fine successo tiepido.
FRANCESCO RAPACCIONI
Voto:
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