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LE RECENSIONI
La recensione di Monica Menna
Claudio Bigagli, nelle vesti di autore e regista ha riportato in scena, trent'anni dopo, la sua prima commedia "Piccoli equivoci" che ebbe un grande successo e divenne anche un film diretto da Ricky Tognazzi (alla sua prima esperienza di regista).
Un testo dunque che è sempre stato un banco di prova e lo è oggi per Francesco Montanari che ne è protagonista (anche se non è alla sua prima esperienza teatrale).
La pièce è ritornata in scena a Roma, al Teatro Ghione, dove è stata accolta calorosamente dal pubblico.
I protagonisti sono trentenni che si accostano ai sentimenti (all'amore, all'amicizia) con superficialità, tra tic, manie e paranoie.
La scena più divertente ed emblematica è quella della coppia a letto (ma il mobile è rialzato e quindi cambia la prospettiva visuale) che parla tra ambiguità ed equivoci.
La storia è frammentata, si svolge a sequenze; vari tasselli di un unico puzzle fatto di intrecci, bugie e verità parziali. Ottima la performance di Montanari che sa caratterizzare il suo personaggio, debole, arrendevole, ipocondriaco, igienista all'accesso. Le sue esitazioni, i suoi silenzi, la sua mimica sono esilaranti.
Perennemente in pigiama è l'uomo qualunque che non sa affrontare di petto la vita e si rinchiude in se stesso.
Colpisce l'attualità del testo che sembra scritto oggi. Sa scandagliare, con ironia, nell'animo umano. E rappresenta una generazione destabilizzata nelle sue certezze, speranze, verità.
Voto:
La recensione di Laura Mancini
La Capitale è ancora “Roma Città Teatro” al Piccolo Eliseo: nell’ambito di questa rassegna, infatti, la compagnia Antheia presenta dal 15 Febbraio al 6 Marzo 2011 la versione teatrale di “Piccoli Equivoci” di Claudio Bigagli che ne cura anche la regia.
Ad attirare la curiosità di spettatori, critici e pagine dei giornali è ancora Francesco Montanari, attore campione per presenze negli spettacoli di questa stagione romana. Abbiamo modo di vederlo qui protagonista della scena ed alla prese con un personaggio che si discosta da quelli precedentemente interpretati: più fragile e femmineo, maniacale e precisino, vittima del sua stessa ipocondria, “Paolo” fa usare a Francesco tonalità di voce più alte e delicate e gli fa nascondere la sua fisicità mascolina dentro un pigiama che è il suo principale abito di scena. Anche in questo caso, però, il “gioco” teatrale funziona solo grazie ad una perfetta interazione con gli altri protagonisti degli “equivoci”: Diane Fleri, Mauro Meconi, Stella Egitto, Francesco Martino e Daniele De Martino.
Vediamo per primi Paolo ed Enrico che bisticciano in piena notte su quelle che sembrano banalità riguardanti la casa o la quotidianità, come fossero una vecchia coppia sposata; si dichiarano in modo bizzarro il loro affetto ma, all’insegna di un’ambiguità dall’effetto comico, non si capisce dove vogliano arrivare coi loro giri di parole. I dialoghi proseguono a due a due: troviamo Enrico insieme a Francesca, combattuto tra i suoi impulsi sessuali irrefrenabili ed il senso di colpa per aver tradito amicizie e compagne. È poi il turno di Paolo e Giuliano, che dai discorsi precedenti sapevamo aver litigato ma che sembrano ora in perfetta sintonia e parlano invece male di Enrico; il monologo di Giuliano che si sfoga parlando della sua gelosia nei confronti della fidanzata è una trovata teatrale perfetta, una sfida tra la sua angoscia “urlata” e quella nutrita silenziosamente da Paolo che finge di ascoltare ma che ci fa sorridere con la mimica facciale.
Il primo atto è dominato, così, da ritmi spediti, in un’alternarsi di ilarità e tenerezza, silenzi e cascate di parole.
Nella seconda parte troviamo finalmente i personaggi in scena insieme, si aggiungono Piero e Sophie e nello svilupparsi degli intrecci sentimentali dominati da bugie e mezze verità e delle diffidenze reciproche che spesso ricadono sulle persone sbagliate, mentre grazie alla gelosia anche i desideri ormai spenti si riaccendono, il ritmo della commedia rallenta e si rappresenta il malessere sentimentale e professionale di una generazione di cui però vengono scelti i personaggi più estremi e paradossali.
Il fatto che i protagonisti siano attori è chiaramente solo un pretesto: Enrico nei suoi discorsi, si chiede se abbandonare quel mestiere che gli riesce tanto male lo aiuterebbe a cambiare, cercando in esso la causa delle sue colpe e dei suoi vizi.
Se i cambi di scena a sipario aperto interrompono la tensione e non sono proprio il massimo, vengono in questo caso sdrammatizzati con soluzioni tecniche e scenografiche divertenti e originali.
Voto:
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