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LE RECENSIONI
La recensione di Elena Dalmasso
I personaggi più interessanti dei drammi hanno sempre una vena di ambiguità al loro interno. Anche se sono spietati gangster, o assassini, o violenti guerrieri non riescono mai a distaccarci completamente, resta in loro una potenza ermetica che attrae il pubblico dalla loro parte. Almeno un po’.
È sicuramente questo il caso di Arturo Ui - personaggio che Brecht creò nel 1941 - e di tutta la cricca di personaggi che attorno a lui ruota: Ui è un gangster della Chicago degli anni ’30, che tiene sotto scacco il mercato dei cavolfiori, in risalita dopo il crollo del ’29. Brecht scrisse “La resistibile ascesa di Arturo Ui” dall’esilio finlandese, in attesa di espatriare verso gli Stati Uniti. È un testo scritto velocemente, con la guerra e le violenze naziste nelle mani. Arturo Ui è, a tutti gli effetti, Hitler e i personaggi della storia sono riconducibili – per nomi e azioni, per equilibri di potere e servilismi – a uomini e donne realmente esistiti e a fatti storici avvenuti nella Germania oppressa dal nazismo.
Claudio Longhi porta all’Elfo di Milano una versione del dramma estremamente interessante e originale. In scena - accanto allo strepitoso Atruro Ui/Umberto Orsini, la cui espressività corporea da sola basterebbe a far percepire il personaggio e il suo spirito complesso - un cast di giovani e talentuosi attori/cantanti. Primo su tutti Luca Micheletti, anche dramaturg del progetto, che impersona un rigoroso e precisissimo Giuseppe Givola (alias di Goebbels, ministro della propaganda nazista), pieno di sfumature e ironicamente inquietante. Uno zoppo costruito fisicamente intorno ai movimenti di una gamba nevrotica, un cantante espressivo negli stacchi musicali, una presenza costante ma mai in disequilibrio. Nel ruolo di Ernesto Roma (alter ego di Ernst Röhm) c’è Lino Guanciale: tecnica attoriale pura costruita con competenza e attenzione, fatta di pause e toni, di registri variabili ed elastici. Un personaggio ironico, drammatico, che viene tradito dalla sua stessa fedeltà a Ui. Attori, ed è una gioia poterlo dire, che non permettono – e poi, perché dovremmo? – distrazione. E ancora Diana Manea - ovvero tutte le donne presenti in scena, dalla prostituta alla signora Dullfett – spiritosa ed elegante; e Giorgio Sangati, Michele Nani, Nicola Bortolotti, Simone Francia, Ivan Olivieri, Antonio Tintis. Da non dimenticare Olimpia Greco, fisarmonicista che accompagna con la sua discreta presenza le parti musicali.
In Arturo Ui sono presenti (non per mano dell’autore, ma per mano di coloro che lo misero in scena successivamente) alcune canzoni. La scelta musicale di Longhi e Micheletti è stata operata a partire sia da altri lavori di Brecht che da opere coeve che da canzonette tedesche di satira. Il risultato è uno spettacolo che miscela in modo equilibrato e divertente scene in prosa e stacchi musicali, che creano una magica connessione con il pubblico.
In una scena pulita e monumentale (le scenografie sono di Csaba Antal), fatta per lo più di cassette per la verdura bianche impilate, i personaggi prendono vita e forma, ci trascinano in uno spettacolo molto fisico, movimentato, corporeo. Uno spettacolo che riporta in superficie il significato vero di teatro: profondo e magico il momento, intimo, in cui Arturo Ui indossa definitivamente i panni del Fuhrer, truccandosi e indossando baffi e parrucca davanti allo specchio. Uno spettacolo che lascia soddisfatti anche coloro – me inclusa – che sono scettici nei confronti di Brecht e della sua opera (soprattutto della sua attualità); che lascia soddisfatti giovani - il pubblico più implacabile! - e adulti; che è in grado di far passare il tempo senza sbalzi e senza lungaggini.
“La resistibile ascesa di Arturo Ui” è da vedere, perché non è comune, di questi tempi, vedere concentrata così tanta competenza e così tanta voglia e capacità di fare quel teatro, unico e irrinunciabile, che non si prende troppo sul serio.
Voto:
La recensione di Federica Riano
“La resistibile ascesa di Arturo Ui”, scritto da Bertolt Brecht nel 1941 durante l’esilio in Finlandia, è la trasposizione satirica dell’ascesa di Hitler nel mondo dei gangester americani di Chicago. Questa è una delle opere in cui si evince con chiarezza la poetica di Brecht e di quello che egli defininiva lo straniamento, srumento attraverso il quale lo spettatore riesce a rimanere distaccato da ciò che sta guardando per essere in grado di sviluppare un pensiero critico. Brecht sosteneva, infatti, che se lo spetattore fosse stato troppo coinvolto, fino all’immedesimazione, poteva correre il rischio di confondere la realtà con la finzione.
Il regista Claudio Longhi rimane pienamente fedele al pensiero di Brecht e al suo registro grottesco e visionario. Lo stesso regista dice, infatti, che nel pensare alla messa in scena dello spettacolo ha tenuto a mente due dichiarazioni di Bertolt Brecht e cioè che “La resistibile ascesa di Arturo Ui è un tentativo di spiegare al mondo capitalistico l’ascesa di Hitler al potere” e che “La tagedia molto più spesso della commedia prende alla leggera le sofferenze dell’umanità”.
Lo spettacolo si apre con un prologo in cui gli attori dichiarano esplicitamente di mettere in scena la storia dell’avvento del nazismo in Germania utilizzando però un’ambientazione differente e personaggi di fantasia. Per far in modo che tutto ciò sia chiaro, fanno continuamente riferimento a proiezioni di didascalie, che corrono sulla parte alta della scena, a cartelli e canzoni in modo che quando si parla di Chicago è subito a Berlino che gli spettatori dovranno pensare, se invece si cita Cicero, in realtà, ci si riferisce all’Austria, il capogangster Arturo Ui è ovviamente Hitler, Ernesto Roma è il capo delle SA( Squadre d’assalto) Ernst Rohm e così via...
L’intero teatro diventa palcoscenico gli attori lo invadono (anche durante l’intervallo), si rivolgono a tutti gli spettatori utilizzando allo stesso tempo la poesia di un cantastorie, l’ironia e la satira pungente di un bravo comico e la durezza di un maestro severo che impartisce la sua lezione. Bella e versatile la scenografia ideata da Antal Csaba: un prato di cavolfiori per raccontare il trust dei cavolfiori di Chicago, chiaro riferimento alla crisi economica del 1929 e il crollo di Wall Street, e delle ceste di plastica impilabili che diventano i grattacieli di Chicago, i suoi muri, sedie e podi per la propaganda.
Così come la scenografia anche il disegno luci di Paolo Pollo Rodighiero, i costumi di Gianluca Sbicca e gli arrangiamenti musicali di Olimpia Greco sono importanti per la buona resa dello spettacolo.
Magistrale l’interpretazione di Umberto Orsini nel ruolo di Arturo Ui che si diverte al fianco di un cast di attori giovani, tutti decisamente bravi e affiatati, tra cui spiccano i nomi di Luca Micheletti (Giuseppe Givola un gangster viscido e senza scrupoli) e Lino Guanciale (Ernesto Roma, luogotenente di Ui) due attori poliedrici dalle qualità vocali incisive e presenza scenica.
Un testo quello di Brecht ancora molto attuale se si guarda alla crisi economica e politica dei nostri giorni che Claudio Longhi ha saputo dirigere con intelligenza mettendo su uno spettacolo divertente e misurato.
Voto:
La recensione di Danilo Spadoni
Tempo di crisi, tempo di Kabarett (alla tedesca, da non confondere con il cabaret italiano). Quindi canzoni, satira, allegoria, ritmo e mascheramento: tutto quel che serve per dire la verità su quel che è stato, è e sarà (speriamo di no, anche se i prodromi ci son tutti)
L'attualità del testo brechtiano è evidente, non solo per il facile parallelismo con la nostra recentissima vicenda politica ma per lo smascheramento dei figli più illustri del capitalismo - corruzione e mafia - nonché per la necessaria critica all'indifferenza e al conformismo dei molti, di noi tutti: perché in fondo siamo tutti coinvolti e responsabili. Un testo - politico e didattico: è Brecht - consigliato in questi tempi in cui impegno e critica sociale sono più che mai utili al teatro e alla cultura.
Su queste basi forti si poggia l'allestimento di Claudio Longhi e di tutto il suo ensemble. Già, ensemble, è la prima cosa che salta agli occhi: un gruppo affiatato e ben assortito di attori e artisti che con energia e vitalità si divertono e divertono il pubblico.
Tanti sono i caratteri della drammaturgia brechtiana che Longhi mette in risalto a partire dal pedale grottesco che accompagna ogni azione, il travestimento dichiarato degli attori, il continuo mettere a nudo della macchina teatrale, fino a finire al metateatro più evidente in cui l'attore fa l'attore che diviene personaggio in scena.
Ogni elemento di questo Arturo UI è in armonia con il tutto e tutto concorre alla piena realizzazione di una « "rivista" briosa e nitida, caustica ed elegante sul tragico nonsenso del nostro passato». D'altra parte è lo stesso Brecht a sostenere che molto più spesso è la commedia, rispetto alla tragedia, a non prendere alla leggera le sofferenze dell'umanità.
Gli attori, più visibili per ruolo, vanno tutti quanti nominati per bravura e precisione con particolare menzione alla plasticità fisica-vocale di Luca Micheletti - che è baritono - alla carica di Lino Guanciale, al trasformismo di Giorgio Sangati, alla forza interpretativa e all'ancora piacere di mettersi in gioco dell'Attore Umberto Orsini.
Oltre agli attori è degna di nota l'invenzione scenica di Antal Csba che con un solo elemento ricorrente, una cassetta per il trasporto della verdura, e un cavolo, anzi molti, costruisce una scenografia evocativa e funzionale facilmente manovrabile in grado di essere ora skyline di una "metropolis", ora i muri di un magazzino o di una cimitero.
Ma anche musiche e canzoni, luci e costumi concorrono alla piena realizzazione di uno spettacolo più che godibile: da vedere.
"I grandi delinquenti politici vanno denunciati, esponendoli soprattutto al ridicolo. Giacché essi anzitutto non sono grandi delinquenti politici, bensì autori di grandi delitti politici, il che è assai diverso." [Bertold Brecht]
Voto:
La recensione di Manuel Cazzoli
L’allegoria brechtiana tanto amata da Walter Benjamin risplende d’arte nella messa in scena de “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Claudio Longhi. Lo rivelano i premi (Ubu attribuito a Micheletti come miglior attore non protagonista del 2011 e il Premio della Critica vinto nel corso della medesima stagione); lo hanno confermano la ribalta e la platea del Verdi di Padova durante e alla fine dell’estasiante rappresentazione del 10 Gennaio.
Poco da dire quindi in più rispetto a quanto sia già stato detto o dimostrato se non questo: “l’opera d’arte è tale se fa pensare molto, senza far pensare a nulla” e così l’arte di Brecht riproposta eccellentemente ai giorni nostri attiva connessioni allegoriche e inpensate tra un passato oramai mitico per noi, quello hitleriano (al tempo della composizione troppo presente) e un’attualità che puzza di pericolo sociale.
L’arte di Brecht si ripropone come ancora vera, oggi, nella sua morta e disgregata, quindi eterna, rappresentazione allegorica del reale. La rappresentazione della vicenda statunitense fa da specchio alla realtà storica dell’ascesa hitleriana, è vero, ma risuona stranamente familiare all’orecchio contemporaneo. Tale familiarità non può essere tuttavia catturata dal concetto, tanto che cercare di “definire le comunanze” tra le due situazioni storiche non risulterebbe solo improprio ma analiticamente impossibile; essa può tuttavia essere magistralmente rappresentata come arte del frammento.
Voto:
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