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LE RECENSIONI
La recensione di Francesco Principato
Teatro comunale Luigi Pirandello mezzo vuoto ieri per la prima di Per non morire di mafia, versione drammaturgica del libro di Pietro Grasso. Ma non c’era da meravigliarsi: Agrigento non ha mai mostrato grande sensibilità a certi temi.
Eppure gli assenti si sono persi un ottimo spettacolo, non una manifestazione. Perché la versione scenica di Nicola Fano, l’adattamento drammaturgico di Margherita Rubino, l’ottima regia di Alessio Pizzech e un grande Sebastiano Lo Monaco hanno creato una rappresentazione di importante impegno civile ma soprattutto di grande godibilità per la platea.
Così la narrazione della vita di Pietro Grasso, incentrata sulla ‘svolta’ del maxi processo del 1986, diviene quasi un cantico epico di un uomo quasi qualunque, chiamato a dare forma e azione, sostanza e pratica ai suoi alti e teorici principi morali. Sebastiano dà voce alle evocazioni del procuratore nazionale antimafia raccontandoci di momenti storici della cronaca nazionale ma anche dei sentimenti del singolo, quei sentimenti reali e non retorici che comprendono le grandi paure e i ‘piccoli’ atti di coraggio; ci narra delle intuizioni precoci e vincenti di Giovanni Falcone e ci confida i momenti umani e riservati dei magistrati in trincea.
L’arco della narrazione inizia fra gli echi di voci di bambini che giocano a nascondino e fra questi c’è Piero Grasso che aspira a fare tana per poter gridare ‘liberi tutti’; si chiude con la stessa frase che non è più l’esultanza di un gioco infantile: è un augurio, una speranza che si può realizzare soltanto con la legalità, l’unica forza dei deboli.
Un ‘liberi tutti’ gridato con passione da un bravissimo Sebastiano Lo Monaco che ha dato mestiere e passione, sentimento e lucidità al personaggio guidato da una regia impeccabile in ogni movimento scenico, in ogni dettaglio della rappresentazione. L’attore siciliano con questa nuovo impegno teatrale può essere inserito anche fra gli specialisti del teatro di narrazione, accanto a Celestini, Baliano o Paolini.
Bravo Sebastiano, continua a farci sperare, continua a gridare questo ‘liberi tutti’.
Foto di scena di Diego Romeo
Voto:
La recensione di Roberto Rinaldi
Il giudice Paolo Borsellino confidò alla moglie Agnese, pochi giorni prima di morire nella strage di via D'Amelio che il tempo della sua vita era scaduto e chi lo avrebbe condannato a morte non “sarebbe stata la mafia”. Il suo omicidio era stato deciso altrove come sta accertando la magistratura che sta ascoltando testimoni eccellenti e falsi pentiti autoaccusatisi di essere stati gli esecutori materiali dell'assassinio del magistrato e della sua scorta. L'operazione di depistaggio era servita a coprire i veri mandanti della strage, funzionari e servizi deviati. Si è parlato di trattative con la mafia per una non meglio specificata “ragion di Stato”, fatto sta che sia Borsellino che il suo collega e amico Giovanni Falcone furono trucidati e non certo per una semplice vendetta mafiosa, come molti hanno tentato di far credere. I due magistrati erano stati tra i protagonisti del Pool antimafia che aveva istruito il maxi-processo alla Cupola che comminò ben diciannove ergastoli, oltre che portare all'arresto dei primi politici coinvolti.
L'inizio della fine. Ma l'elenco dei servitori dello Stato, colpevoli solo di aver fatto il proprio dovere non si ferma qui, sono decine e decine le vittime tra giudici, poliziotti, giornalisti, a perdere la vita in attentati mortali. E l'unico modo per non dimenticarli è seguire il monito di Pietro Grasso il Procuratore Nazionale Antimafia, autore del libro “Per non morire di mafia” insieme ad Alberto La Volpe, quando scrive: “Finché la mafia esiste bisogna parlarne, discuterne, reagire. Il silenzio è l'ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza. I silenzi di oggi siamo destinati a pagarli duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre più liberi”. Da queste parole si è ispirato Sebastiano Lo Monaco in un intenso monologo che non si può ridurre alla semplice definizione di spettacolo.
Non lo è nella forma in cui siamo abituati a vederlo a teatro. “Per non morire di mafia” è la versione scenica che Nicola Fano firma insieme all'adattamento drammaturgico di Margherita Fano e la regia di Alessio Pizzech, a cui noi siamo chiamati ad assistere con la dovuta attenzione per non “dimenticare”, a non far si che il silenzio cancelli la memoria di eventi così tragici e luttuosi per l'Italia stessa. Pietro Grasso nel suo libro - testimonianza spiega che la lotta alla mafia deve partire da una giustizia efficace, sistemi investigativi efficienti, avvalersi dei pentiti e delle intercettazioni telefoniche, come strumento d'indagine, e non per ultima la libertà di stampa, quella che il governo Berlusconi voleva limitare con il divieto di pubblicazione delle intercettazioni già pubbliche in fase processuale. Ma è anche necessaria una cultura dell'etica che contrasti la smodata ricerca di affermazione attraverso il potere e il denaro.
La prima parte del monologo intenso e accalorato di Sebastiano Lo Monaco, è più un racconto delle fasi storiche che porteranno alle prime indagini sulla mafia, dove la frase “...conoscere la mafie attraverso le loro azioni criminali”, spiega come la società civile, la magistratura, le istituzioni non erano preparate ad un tale fenomeno che avrà un impatto devastante sull'intera società italiana. Forse sottovalutata per troppo tempo e solo quando inizieranno gli omicidi, le coscienze di molti e di chi aveva e ha tutt'ora la responsabilità di garantire la legalità, inizia ad occuparsene. Saranno i primi magistrati a “conoscere le mafie” , indagando sui molteplici atti criminali perpetuati in Sicilia e poi successivamente anche nel resto d'Italia. L'attore siciliano evoca la storia con l'ausilio di una grande lavagna dove imprime con il gesso le parole, le trasforma in frasi simboliche, le contorna di un'aurea in grado di suscitare le dovute emozioni. La seconda parte è quella più intimistica che viene portata a conoscenza del pubblico. Parla dell'uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta contro il crimine organizzato, le sue scelte morali, gli episodi di vita quotidiana, anche ironici, capaci di strappare un sorriso. La moto di Pietro Grasso sequestrata dagli uomini della sua scorta, preoccupati per il loro giudice che l'aveva usato in compagnia della moglie, a insaputa dei poliziotti, per concedersi una passeggiata come tutti gli uomini liberi possono fare. Una vita segnata dalla rinuncia della propria libertà, questa è quella scelta da Grasso e da tanti magistrati che ogni giorno cercando di far rispettare la legalità. Per non morire di mafia. Un raffinato gioco di luci disegnato da Luigi Ascione e le musiche di Dario Arcidiacono contribuiscono al successo di una lezione di teatro e di impegno civile e democratico.
Voto:
La recensione di Danilo Spadoni
La mafia, la vita di un uomo, l'impegno di tutti: questi gli elementi su cui poggia “Per non morire di mafia” di Pietro Grasso.
“La mafia non esiste”; “Falcone, Borsellino e il maxi-processo”; “5 settimane: 19 ergastoli, 1000 e più anni di carcere, 100 assolti; Tommaso Buscetta e il 10 Febbraio 1986”; punti fermi scritti su un'enorme lavagna da cui partire e tornare per raccontare di un bambino siciliano che a nascondino ama essere l'ultimo per fare “tana” e liberare tutti; di un uomo che ha deciso di sacrificare se stesso alla lotta contro la mafia convinto che “il mutamento è possibile” e che, in fondo, ancora vuol fare “tana” e liberarci tutti.
L'incontro tra Pietro Grasso (Sebastiano Lo Monaco) e la mafia avviene un poco alla volta ed è un incontro che gli cambia la vita e la cambia ai suoi cari: Lo Monaco illustra, evoca, rivive fatti di cronaca e stralci autobiografici che dai primi episodi di avvicinamento di un giovane giudice di provincia, attraversano il maxi-processo, l’uccisione di Falcone e Borsellino, giungono alle indagini sulle stragi eversive degli anni Novanta e alla cattura di Provenzano da parte del Procuratore Nazionale Antimafia.
Squarci di una storia siciliana che, proprio per questa scelta drammaturgica – adattamento teatrale Nicola Fano e Margherita Rubino - accenna solo, ed è un peccato, agli aspetti più destabilizzanti delle riflessioni di Pietro Grasso scrittore e magistrato, quali ad esempio i legami tra la mafia e un indefinito “aggregato economico-politico-impenditoriale”; la radicata presenza della mafia “in attività imprenditoriali lecite e illecite in alcune regioni del Centro e Nord Italia”.
Una narrazione “teatrale” intensa e coinvolgente che, ben sostenuta da una scarna ma efficace ambientazione scenografica e sonora, punta principalmente sugli aspetti personali dell'uomo-magistrato (emarginazione, dubbi, paure) per restituirci non l'immagine di un eroe ma la forza di un ideale di democrazia che dall'emozione porta al progetto e dal progetto all'utopia perché “sono le utopie che rendono possibile il cambiamento”.
“Finché la mafia esiste bisogna ricordarlo, parlarne, discuterne, reagire […] perché l'indifferenza è il peso morto della storia”.
E questo è l'impegno per tutti.
Voto:
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